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D’Alema e il suo doppio: dal silenzio sul caso Diaz all’indignazione per Terni

6 giugno 2013

Leggo, con un certo stupore, che Massimo D’Alema, indignato per l’aggressione agli operai e al sindaco di Terni, ha chiesto al governo “di intervenire immediatamente per accertare e rimuovere chi si è reso responsabile di questo episodio gravissimo“. Strabuzzo gli occhi non perché la richiesta sia infondata, tutt’altro, ma perché non mi sembra di avere di fronte lo stesso D’Alema che ricordavo.

Il D’Alema, tanto per dirne una, che non ha fatto analoga richiesta, né a governi amici né a governi non amici, per le violenze alla scuola Diaz, le quali – se ne converrà – sono state anche più gravi di quelle viste a Terni (addirittura il D’Alema vecchia maniera ebbe a dire in parlamento, nel luglio 2001, che si era trattato di “una notte cilena”, intendendo con l’aggettivo richiamare la polizia del generale Pinochet). D’Alema non chiese allora la rimozione dei responsabili, né lo chiese quando la magistratura avviò le indagini, né quando il gip decise i rinvii a giudizio di alti dirigenti di polizia, né all’indomani delle sentenze di primo e secondo grado e nemmeno quando, nel luglio scorso, la Cassazione rese definitive le sentenze di condanna.

Non so che pensare. Che cos’è successo all’ex onorevole D’Alema? Forse la lontananza dopo tanti anni dal parlamento lo ha reso più lucido nell’analisi dei fatti e più libero nei giudizi? O forse il D’Alema di oggi è indignato perché i manganelli hanno raggiunto la testa di un sindaco e non di cittadini qualunque? O magari è spinto da solidarietà di partito con Leopoldo Di Girolamo? Oppure – altra ipotesi – il problema è che nel caso Diaz i “responsabili” da “rimuovere” erano dirigenti troppo importanti per essere chiamati a rispondere di qualcosa? Ulteriore possibilità: c’entra qualcosa la vicinanza personale, potremmo dire ideologica fra Massimo D’Alema e  quello stesso nucleo di dirigenti?

Ognuno può provare a costruire una sua risposta, io mi limito ad osservare che lo spessore di un dirigente politico si misura sulla sua coerenza e sulla sua condotta nei momenti critici. Questo piccolo episodio non mi pare che deponga a favore di Massimo D’Alema. Sarebbe poco male se tutto ciò avesse un’influenza solo sul prestigio e l’immagine personale di questo dirigente di partito ex primo ministro: condotte simili, misto di opportunismo e di viltà politica, nuocciono gravemente alla credibilità delle istituzioni, nessuna esclusa. Oggi le forze dell’ordine sono sempre più opache e non a caso inclini a tenere comportamenti come quelli visti a Terni e su un altro fronte si è pressoché azzerata la credibilità delle forze politiche. Massimo D’Alema, e molti altri suoi colleghi, dovrebbero per una volta farsi un serio esame di coscienza e domandarsi quanto sia grande la loro quota parte di responsabilità per questo triste e pericoloso stato delle cose.

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