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Non credono più nella Costituzione

2 giugno 2013

Romano Prodi con un articolo sul Messaggero ed Enrico Letta con una dichiarazione pubblica, improvvisamente si schierano per il presidenzialismo, contraddicendo una tradizione e una cultura politica – la corrente del cattolicesimo democratico e (molto) moderatamente progressista – alla quale appartengono.

Sono prese di posizioni molto pesanti per il tipo di messaggio che lanciano: Prodi e Letta dicono in sostanza di non avere più fiducia nella Costituzione. E perciò puntano sulla più classica delle scorciatoie: l’uomo solo al comando, l’elezione diretta del capo, la concentrazione dei poteri. E’ una risposta che ai loro occhi diventa obbligata di fronte alla fuga dei cittadini dalle urne e ai pericoli di paralisi istituzionale in corso.

Il presidenzialismo si accompagna al taglio dei finanziamenti ai partiti che in concreto comporta la sottomissione della rappresentanza politica agli interessi di parte. E’ scontato che i finanziatori saranno i ceti abbienti e soggetti della finanza e dell’impresa. I due elementi combinati comportano l’affossamento della Costituzione che ha un’impalcatura ben precisa: parlamentarismo, partiti come centri di aggregazione di interessi e valori, distribuzione dei poteri. Nel nuovo assetto avremo singoli candidati e non partiti; competizioni basate sulle caratteristiche personali, psicologiche, comunicative dei singoli aspiranti al potere; la preponderanza degli aspetti mediatici.

E’ un percorso probabilmente segnato: la destra è da sempre a favore di questa impostazione, che riduce la politica a un affare per ceti dirigenti; se anche il centrosinistra si avvicina a questa visione, spinto probabilmente dalla pesante perdita di consensi elettorali (in termini di voti veri, a prescindere dalle ingannevoli percentuali), ecco che la radicale modifica della Costituzione si profila dietro l’angolo, sottoforma di salvifica “riforma”.

Bisognerebbe trovare il modo di fermare questa brutta deriva, che è dettata dalla debolezza e da un’irrimediabile crisi di identità e non ha nulla a che fare con gli autentici interessi dei cittadini italiani ed europei (i quali, a quel che si vede a Francoforte, per fortuna non sono del tutto assopiti).

 

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