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Una società cruelty free

20 maggio 2013

Sabato 18 maggio a Firenze, durante Terra futura, c’è stata la proclamazione dei vincitori della prima edizione del Premio giornalistico Sabrina Sganga, cara amica morta un anno fa. Prima della proclamazione dei vincitori, davanti a molte persone, si è parlato dei temi che le erano cari in una conferenza – in diretta su Controradio – organizzata con interventi di 7 minuti affidati a diversi realtiori. Io fra questi, con Francuccio Gesualdi (che ha parlato di economia di giustizia), Luigi Lombardi Vallauri (beni esclusivi e beni non esclusivi), Francesco Meneguzzo (energie), Rossano Ercolini (la strategia rifiuti zero), Sandro Veronesi (i migranti).

Ecco il testo che ho scritto per l’occasione e che in buona parte coincide con il discorso che ho fatto, ascoltabile come tutto il convegno (e il concerto serale) sul sito di Controradio. 

Vorrei cominciare con un breve discorso sulle citazioni. Nel mondo dell’animalismo, circolano numerose frasi di filosofi, pensatori, scrittori a proposito degli animali, dei soprusi che subiscono, del rispetto che meriterebbero. Si tratta di personaggi importanti, autori di opere o scoperte fondamenti. Penso a Leonardo da Vinci e Pitagora, ad Albert Einstein, Emile Zola e molti altri.  I pensieri più importanti, più acuti, quelli che aprono maggiori  prospettive, legano la sorte inflitta agli animali a una prospettiva di liberazione per tutti, animali umani e non umani, in una logica di rispetto per la vita e la dignità di tutti i viventi. due esempi per tutti: Theodor Adorno e Marguerite Yourcenar. Il filosofo tedesco diceva: Auschwitz comincia quando di fronte a un mattatoio pensiamo: sono solo animali. Secondo la scrittrice francese: Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove le bestie agonizzano senza cibo e senz’acqua dirette al macello.

Sono parole importanti, spunti di riflessione che non possono essere eluse da chi si batte, con i propri mezzi, nel proprio ambito, quale che sia, per un ideale di giustizia e di uguaglianza.

La citazione che io preferisco e che voglio usare come punto di partenza per il mio intervento è tuttavia un’altra e ci porta a un letterato, Isaac Bashevis Singer, grande scrittore ebreo che fu premio nobel per la letteratura nel 1978. Singer – da non confondere con il Singer, Peter, autore di Liberazione animale – diceva che i diritti animali sono la forma più pura di difesa della giustizia sociale, perché gli animali sono i più vulnerabili di tutti gli oppressi.

La mia esperienza di cittadino e di attivista è maturata nel corso degli anni, è partita dalla nonviolenza e si è manifestata nel corso del tempo in varie forme: l’obiezione di coscienza al servizio militare, la scelta vegetariana e poi vegana, la difesa dei diritti umani e delle libertà civili e negli ultimi anni, appunto, l’impegno anche per la giustizia nei confronti degli animali non umani. Anche, e non in alternativa ai diritti umani.

Un tempo anch’io, come tanti, pensavo che i diritti umani fossero una cosa e i diritti animali o come vogliamo chiamare l’impegno per la tutela della loro dignità, fosse un’altra cosa. Due mondi destinati a correre separati.

Col tempo  mi sono convinto che si tratta in realtà di due aspetti di una stessa lotta contro l’ingiustizia, proprio come diceva Isaac singer. E come dicevano, del resto, Adorno e Yourcenar nelle due frasi che ho citato poco fa, e tanti altri con loro, da Gandhi ad Aldo Capitini, da Max Horckheimer e Lev Tostoj quando ci ricordava che Dall’uccidere gli animali all’uccidere gli uomini il passo è piccolo.

La storia dell’oppressione animale è di lunga data, anche se non ha sempre accompagnato la storia dell’umanità: possiamo farla risalire alla rivoluzione neolitica, alla sedentarizzazione dei nostri antenati e alla domesticazione di alcune specie animali. Le relazioni dei vari gruppi umani con gli altri animali sono state e continuano ad essere molto varie, a seconda delle epoche storiche, dei diversi sviluppi culturali, filosofici e religiosi. E’ una relazione in continua evoluzione. Non è affatto statica come si vorrebbe far credere.

Possiamo però dire che l’epoca attuale è la più tragica, la più dolorosa, la peggiore per la quantità e il tipo di sofferenza inflitta agli animali non umani. La violenza e l’oppressione hanno assunto scala industriale e un’organizzazione scientifica del dominio sui corpi e sulle vite delle vittime di questo sistema. Si calcola che ogni anno vengano allevati o catturati e uccisi, per l’alimentazione umana, circa 50 miliardi di individui.

La filiera di produzione del cibo ha oggi caratteristiche totalitarie: agli animali destinati a diventare alimenti sono inflitte condizione di vita impossibili, verrebbe da dire condizioni disumane, ma il professor Lombardi Vallauri ci ha insegnato a definire queste vessazioni come “troppo umane”, per indicare un’assuefazione alla violenza che è un tratto tipico delle società industriali contemporanee.

Agli animali definiti da allevamento sono negate tutte le attività vitali. Negli allevamenti non esistono rapporti sessuali – la riproduzione avviene esclusivamente con reiterate inseminazioni artificiali, ripetute fino alla consunzione delle femmine, che vengono scartate e soppresse una volta scese al di sotto di certi indici di produttività come fattrici. L’alimentazione è forzata e non ha più nulla a che vedere con le inclinazioni fisiologiche: gli erbivori non sono nutriti con l’erba, ma con cereali a volte addirittura con farine animali, al fine di farli crescere e ingrassare più in fretta. L’uso di antibiotici e altri medicinali non è un’eccezione e nemmeno una possibilità, bensì una regola, una necessità, per mantenere “sani” – si fa naturalmente per dire – animali costretti a vivere in ambienti sovraffollati, innaturali, autentici luoghi di tortura.

Tutto questo avviene con un’organizzazione implacabile: si è creata, nell’indifferenza generale, una gigantesca macchina di nascite forzate e soppressioni di massa. Gli animali sono ridotti ad oggetti, la vita è mercificata.

Il messaggio che ci arriva dalla società industriale, dal suo apparato culturale e di comunicazione, è che tutto ciò non costituisce un problema, che questa è la sorte degli animali, che le necessità degli uomini, o meglio dei consumatori, devono essere soddisfatte ad ogni costo ed anzi vanno stimolate, moltiplicando i consumi di carni, latte, derivati animali. E la megamacchina che dicevo è il modo più rapido ed efficiente per raggiungere questo scopo.

In questo modo stiamo disprezzando la vita, stiamo privando della loro dignità esseri senzienti, perfettamente coscienti di quel che viene loro inflitto. L’osservazione di Adorno – Auschwitz comincia quando di fronte a un mattatoio pensiamo che sono solo animali – è un pensiero che sconvolge e che si ha la tentazione di respingere, di rifiutare di fronte all’orrore assoluto della shoah. Ma sono stati proprio pensatori, scrittori, filosofi ebrei, e anche molti scampati ai campi di sterminio, a proporci questo accostamento. E sono stati gli storici a mostrare l’affinità, o meglio il filo diretto che lega i mattatoi di Chicago, dove fu inventata la catena di smontaggio degli animali – da un lato entravano i treni carichi di animali vivi, dall’altro uscivano i treni carichi di scatolette e quarti di bue -, alla catena di montaggio della moderna fabbrica industriale – Henry Ford si ispirò proprio ai mattatoi di Chicago per la sua prima fabbrica di automobili – e dalla fabbrica fordista ai campi di sterminio nazisti. Basta accostare le fotografie di queste tre diverse strutture per coglierne le grandi somiglianze, anche architettoniche e di organizzazione interna (e del resto Hanry Ford fu un autentico trait d’unione, da orribile antisemita qual era e da industriale molto ammirato da Adolf Hitler, che lo cita nel suo Mein Kampf).

Se osserviamo la sorte inflitta nel corso della storia agli animali non umani, e ci soffermiamo in particolare su come vengono trattati oggi nella società contemporanea, vediamo scorrere in filigrana la storia sempre più dura e sempre più crudele di un dominio. Gli animali, come ci diceva Bashevis Singer, sono i più indifesi fra gli oppressi. Vengono trattati così non perché siano predisposti all’oppressione e allo sterminio, non perché siano creature “naturalmente” a disposizione dell’animale umano, ma per un semplice rapporto di forza: vengono trattati così, perché è possibile trattarli così.

E’ ciò che hanno sperimentato nella storia, e tuttora sperimentano, innumerevoli gruppi umani, oppressi di volta in volta con motivazioni culturali o politiche o sociali, ossia per le differenze di lingua, di credo religioso, di origine geografica; o per mera convenienza all’interno di relazioni di potere in famiglia, sul posto di lavoro, nella società.

L’oppressione degli animali ha una grande legittimazione ideologica, viviamo nella società che è stata chiamata del “carnismo”: una società nella quale viene vissuto come ovvio e scontato lo sterminio sistematico degli animali non umani.  Ma la mercificazione della vita è un tratto universale di questa società e riguarda gli animali umani e tutto il vivente. Viviamo nella società che sta percorrendo di gran carriera la strada dell’autodistruzione: siamo minacciati dalla bomba atomica, dal cambiamento climatico, dalla privatizzazione di risorse vitali come l’acqua e l’aria. In questa folle corse vengono triturati e strumentalizzati anche gli ideali più alti: la bandiera dei diritti umani è alzata sistematicamente, nella nostra parte di mondo, per giustificare azioni di guerra e occupazioni militari.

Oggi dobbiamo ripensare la posizione dell’umanità sul pianeta. I suoi rapporti con gli altri ospiti della Terra: gli animali e le piante.  Dobbiamo pensare a un futuro comune, a un radicale cambio di rotta rispetto alla strada sulla quale tutti noi ci troviamo a camminare. Una via d’uscita è possibile a passa attraverso una nuova e più estesa nozione di libertà e di rispetto per l’altro, attraverso un’idea di giustizia che includa tutto il vivente. Perciò la questione animale è anche la questione dei diritti umani, del diritto alla vita, del diritto al futuro.

Nello sguardo infelice degli animali che torturiamo dovremmo imparare a scorgere la sofferenza di tutti, nella lotta per liberarli una lotta per la liberazione di tutti gli oppressi, umani e non umani. Di questo parliamo, quando pensiamo a una società cruelty free.

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