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Il tribunale dice: no ai benefici, i dirigenti di polizia meritano il carcere. Ma chi l’ascolta?

1 maggio 2013

Il rilievo della notizia è sfuggito ai più, complice la disattenzione dei grandi media, che  al tema forze dell’ordine si avvicinano tradizionalmente con un misto di deferenza e di paura. E’ un tema tabù, specie se accade qualcosa che mette in cattiva luce chi indossa una divisa e occupa ruoli di rilievo nelle catene di comando. La notizia è che il tribunale di sorveglianza ha rigettao la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali avanzata da due dei condannati nel processo Diaz, Gilberto Caldarozzi e Vincenzo Canterini. Entrambi devono scontare un residuo di pena di pochi mesi, cioò che resta dopo la detrazione di tre anni causa indulto dalle condanne subite nel processo Diaz.

Il tribunale di sorveglianza ha negato anche la misura subordinata, gli arresti domiciliari, giudicando che i due funzionari – ora interedetti dai pubblici  uffici per cinque anni – non meritano i benefici previsti dalla legge. Caldarozzi e Canterini non andranno in carcere ma sconteranno la pena ai domiciliari solo pr effetto del decreto “svuota carceri”, che prevede la detenzione domiciliari per chi abbia a suo carico pene lievi. Detto questo, non può sfuggire il rilievo della decisione del tribunale. Gilberto Caldarozzi, in particolare, fino al luglio scorso, quando la Cassazione rese definitiva la sentenza Diaz, è stato il capo dello Servizio centrale operativo di polizia, struttura chiave nell’organizzazione della polizia di stato. Qualche anno fa Caldarozzi ebbe un encomio perché proprio uomini dello Sco arrestarono uno dei capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano.

Se il tribunale è arrivato a negare l’ultimo atto di relativa clemenza a un funzionario con una carriera così importante, è per la totale assenza dei presupposti per la concessione del beneficio dell’affidamento in prova a servizio. Caldarozzi, e così Canterini e gli altri dirigenti condannati, non hanno mai dimostrato in questi anni di avere compreso la gravità dei propri atti, né dato segno di pentimento o di attenzione per la sorte inflitta durante l’operazione Diaz a decine di cittadini inermi. E’ un punto fondamentale del percorso giudiziario. I processi, e in particolare un processo che riguarda alti dirigenti dello stato, non hanno solo lo scopo di definire le singole responsabilità penali, ma anche quello di ristabilire una “verità costituzionale”, in modo che i princìpi e i diritti violati siano messi al riparo da future, analoghe violazioni. Perciò è molto importante che i funzionari giudicati responsabili degli abusi diano dimostrazione di comprensione, ravvedimento attivo e collaborazione con gli altri corpi dello stato.

Quest’ultimo passaggio è del tutto mancato: addirittura 25 dei 27 imputati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere (le eccezioni sono state Michelangelo Fournier e lo stesso Canterini) ed è un fatto storico l’indecente lavorio sotterraneo svolto da alcuni imputati e alti dirigenti di polizia non coinvolti nel processo per coordinare e indirizzare testimonianze e scelte processuali. Siamo agli antipodi di una sana risposta democratica alla grave caduta di legalità costituzionale che caratterizzò le giornate del 20, 21 e 22 luglio 2001.

Il tribunale di sorveglianza ha mandato un forte messaggio di allarme alle istituzioni, ma difficilmente ci saranno orecchie disposte ad ascoltare. Quanto agli altri dirigenti condannati (fra l’oro ex altissimi e potentissimi dirigenti come Francesco Gratteri e Giovanni Luperi), il tribunale è stato assai benevolo, rinviando una decisione a dicembre e consigliando, nel frattempo, di compiere un gesto di pentimento. Si parla di una lettera collettiva in preparazione. Diciamo subito che se si tratterà di un messaggio di scuse, andrà preso per quanto può valere a dodici anni di distanza dai fatti e per il fatto di arrivare su sollecitazione di un giudice al fine di poter concedere il beneficio di evitare il carcere. Avrà cioè valore zero.

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