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Caso Diaz: le scuse forzate e il dolo che diventa colpa

22 aprile 2013

La vicenda Diaz,chiusa in apparenza con la sentenza di cassazione dell’estate scorsa, è in realtà ancora aperta. La sorte dei funzionari e dirigenti condannati è infatti parte della vicenda. Da quel che sappiamo, ossia da ciò che trapela dalle fitte maglie degli apparati dello stato, assai restii al principio di trasparenza, la polizia di stato e il ministero dell’Interno continuano a fare bordone e a nicchiare di fronte alla necessità, ben chiara, di voltare pagina.

I dirigenti condannati hanno chiesto l’affidamento ai servizi sociali per evitare di scontare in carcere o agli arresti domiciliari il residuo di pena (massimo dodici mesi) non coperto dai tre anni di indulto. Il tribunale di sorveglianza ha ascoltato le richieste ma anche l’invito della procura generale di Genova a non accoglierle a causa della condotta processuale e post processuale dei condannati, che non hanno dato segni di pentimento e di comprensione della gravità delle loro responsabilità, né hanno mai mostrato la minima attenzione verso i cittadini che hanno subito i pestaggi e gli abusi alla scuola Diaz.

In tribunale di sorveglianza ha rinviato la decisione per i condannati di rango più alto, consigliando loro di compiere un gesto pubblico di scuse e di rincrescimento e di dimostrare che parteciperanno ai risarcimenti pecuniari. Un atto di scuse – probabilmente una lettera – che arrivi a dodici anni di distanza dai fatti, un anno dopo la fine dei processi e solo su esplicita richiesta dell’autorità giudiziaria, varrebbe meno di zero sotto il profilo umano e politico, ma il tribunale di sorveglianza ne ha bisogno per giustificare il gesto di clemenza che evidentemente vuole elargire, pressato probabilmente dai poteri istituzionali. Sarà una brutta chiusura per il caso Diaz, la dimostrazione che le forze dell’ordine hanno bisogno di una nuova, profonda riforma democratica.

Grazie al tribunale di sorveglianza abbiamo poi appreso che il ministero dell’Interno ha in effetti avviato le procedure disciplinari – attese da anni e anni, quando alle dovute sospensioni si preferirono le promozioni… – verso i condannati, lasciando indisturbati i funzionari che hanno beneficiato della prescrizione (il che ha dell’incredibile). Ebbene, si stenta a crederci, ma le azioni disciplinari sono state avviate per “comportamenti colposi”, quando i dirigenti sono stati condannati per comportamenti dolosi. Possibile che il ministero ignori il giudizio di terzo grado della magistratura e accetti la versione dei condannati, che hanno  sostenuto di avere legittimato i falsi senza avere coscienza della manipolazione eseguita da loro sottoposti (in particolare per la questione delle molotov, portate alla scuola dalla polizia e attribuite ai 93 ospiti della scuola)?

E’ questo il modo di considerare la giustizia? E’ questo il modo per applicare il principio di uguaglianza fra i cittadini? E’ questo il modo di uscire dal baratro morale e professionale nel quale è precipitata la polizia di stato con Genova G8?

Nel frattempo alcuni dei condannati hanno cominciato un servizio volontario in associazioni antimafia, servizio propedeutico alla richiesta di assegnazione a una pena alternativa da “scontare” nelle medesime associazioni. Per Gratteri, Caldarozzi e qualche altro si tratta di un ritorno alle origini, essendo cresciuti professionalmente nella lotta antimafia; ma è un ritorno alle origini che suscita molte perplessità. Non dovrebbero, le associazioni antimafia, mostrare di avere compreso – almeno loro – la gravità di quanto accaduto nel luglio 2001 e la profonda inadeguatezza della condotta tenuta dalla polizia di stato e dai dirigenti in questione negli anni successivi? Qui un mio articolo su questo tema.

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