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Cipro non è l’Islanda, ma…

18 marzo 2013

Ora che è esploso il caso Cipro, può essere utile confrontare quel che è stato deciso per l’isola del Mediterraneo (circa un milione di abitanti) con ciò che fu fatto in Islanda (320mila abitanti) in circostanze simili. L’isola dell’Atlantico, dopo anni di privatizzazioni e liberalizzazioni, fu schiantata dal crac del suo ipertrofico sistema bancario, che aveva creato una mole inusitata di debiti.

Dopo un periodo turbolento, con enormi mobilitazioni popolari (in proporzione alla scarsità di popolazione) e la decisione, alla fine, tramite referendum di non ripagare il debito detenuto dagli investitori finanziari esteri che avevano spolpato e stravolto il paese. Fu una scelta clamorosa, perché il ripudio del “debito odioso” è in Europa un’eresia. Ma la scelta fu compiuta e l’Islanda si è risparmiata il calvario greco, che rischia invece di diventare di “modello” per i paesi che finiranno sotto le cure della Troika.

La troika che guida l’Unione ha come missione proteggere i grandi creditori, cioè banche e istituzioni finanziarie varie, togliendo agli stati e usando il rischio-default e le richieste di aiuto come uno strumento per imporre il taglio della spesa pubblica e dei servizia e privatizzazioni di tutto ciò che è privatizzabile, a dispetto delle conseguenze sociali di simili interventi.

All’Islanda l’eresia fu permessa probabilmente per le sue piccole dimensioni, contanto sul fatto che nessun altro paese avrebbe osato percorrere la stessa strada, come in effetti è avvenuto (peraltro congelare il debito, analizzarne la natura e ripagare solo quello “legittimo” socialmente e politicamente è l’unica vera alternativa alle politiche di austerity e di annichilimento dei sistemi pubblici in corso in Europa).

A Cipro la troika ha scelto una strada diversa rispetto alla “ricetta”  che ha messo al tappeto la Grecia. L’obiettivo è rimasto lo stesso: proteggere i grandi creditori europei a dispetto del loro comportamento predatorio e far pagare il debito ai cittadini. Stavolta c’è però una variante e cioè la scelta del prelievo forzoso dai conti correnti, con caratteri (limitati) di progressività.

E’ una decisione ardita perché può spaventare i cittadini europei e indurli a prelevare i risparmi custoditi dalle banche, ma dev’essere parsa interessante a chi detiene il potere reale a Bruxelles perché le principali vittime del prelievo sarebbero (saranno) gli oligarchi russi, che da tempo hanno spostato ingenti capitali nell’isola mediterranea, che è quasi un paradiso fiscale.

In realtà, come al solito, le conseguenze più gravi di questo “piano di aggiustamento” saranno per il ceto medio cipriota e per i meno abbienti, obbligati, gli uni, a subire il prelievo e gli altri a sopportare gli effetti più gravi dello smantellamento progressivo dei servizi pubblici. Sotto questo profilo, niente di nuovo: il neoliberismo continua nella sua redistribuzione alla rovescia, dai più poveri ai più ricchi.

E tuttavia il principio di progressività applicato alla ricchezza mobiliare (i soldi nei conti corrente) è un precedente che potrà tornare utile, perché è una novità voluta dalla troika (sia pure, probabilmente, per colpire i magnati russi) e perché dimostra che se si vuole la ricchezza finanziaria può essere colpita: naturalmente esentando i piccoli risparmi e concentrandosi, con aliquote ben più alte di quelle previste per Cipro, sulle ricchezze finanziarie maggiori (e su tutte le ricchezze finanziarie, non solo il denaro depositato nei conti correnti).

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