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Impasse o fase di passaggio? Il dopo elezioni senza pregiudizi

27 febbraio 2013

Stamani alla rassegna stampa di radiotre il giornalista Stefano Folli leggeva titoli e articoli e rispondeva alle domande degli ascoltatori con grande sofferenza. Aveva un tono di voce contrito e preoccupato: faceva trasparire ad ogni parola il suo malessere per il voto espresso degli italiani. Mi ha fatto impressione. E’ chiaro che Folli non si aspettava nulla del genere e che il cuore dei suoi pensieri è la “governabilità”, cioè la necessità di avere in tempi brevi un governo stabile che faccia ciò che è necessario. Folli ragionava come se le elezioni fossero una formalità, un rito di passaggio che serve ad incaricare qualcuno di fare ciò che si deve fare, qualcosa – evidentemente – di già noto e prescritto. E sappiamo a che cosa pensano Folli e la stragrande maggioranza dei commentatori: pensano alle misure di austerity prescritte dalla Troika europea, alle cosiddette “riforme” (cioè privatizzazioni e liberalizzazioni; taglio della spesa pubblica; deregulation delle normative sul lavoro etc.), all’abbandono o almeno al forte ridimensionamento dello stato sociale.

Il fatto che le due principali coalizioni – teoriche protagoniste di un bipolarismo esistente solo nelle menti di qualche politico in preda a manie di grandezza – abbiano perso in cinque anni un terzo dei loro voti, pari a oltre dieci milioni di elettori (da oltre 30 milioni a meno di 20), è diventato quasi un dettaglio. E la mole di voti ottenuta dal Movimento 5 Stelle un’incomprensibile anomalia. A Folli – che in questo è in buona a larghissima compagnia – non riesce proprio a capacitarsi che i cittadini-elettori abbiano voltato le spalle alle forze politiche tradizionali e alle loro proposte. Proprio non si riesce a ipotizzare – almeno ipotizzare – che stia montando in Italia, come è già avvenuto in altri paesi, una decisa opposizione alle politiche di austerity dettate dall’ideologia neoliberista che a Bruxelles continua ad imperare.

Certo il sistema politito italiano, distribuzione dei seggi alla mano, è in una situazione di impasse, ma forse vale la pena di considerare la questione in tutti i suoi aspetti, invece di limitarsi al lamento e all’impropero per un esito elettorale diverso da quello atteso nelle segreterie dei maggiori partiti, nelle redazioni dei maggiori giornali e nei board di banche e grandi aziende (per non dire dei vertici della Troika). Ad esempio oggi si è parlato della cosiddetta apertura di Pierluigi Bersani al Movimento 5 Stelle, fino a ieri peraltro tacciato di populismo, infantilismo e fascismo dallo stesso Pd e dai media che ne hanno sostenuto la campagna elettorale. Ebbene, si è parlato di un governo di scopo, di ridurre i costi della politica, cioè i compensi e i numeri dei parlamentari, di una legge sulla corruzione e altre piccole cose, lasciando intendere che in questo modo il Movimento 5 Stelle potrebbe appoggiare un governo di minoranza del centrosinistra che per il resto – ovviamente, secondo gli auspici degli “osservatori” – si metterebbe al lavoro per accogliere i diktat della Troika e avviare le cosiddette “riforme” (che sono in realtà un attacco ai diritti dei lavoratori e allo stato sociale). La domanda è: ha davvero senso pensare che questo sia possibile? I signori commentatori hanno mai sentito un comizio di Beppe Grillo, conoscono alcune delle posizioni in materia economica del Movimento 5 Stelle?

Questo movimento, che ha molti limiti e parecchie contraddizioni, mi pare che abbia avuto il merito di introdurre nel discorso pubblico una forte critica al sistema finanziario oggi imperante e alle scelte di politica economica compiute nell’ultimo anno dal governo Monti. Nel comizio finale di Piazza san Giovanni a Roma Beppe Grillo si è scagliato contro la riforma delle pensioni e del lavoro, osservando che si dovrebbe parlare invece di riduzione dell’orario di lavoro, di pensionamento a 60 anni e di reddito minimo di cittadinanza, cioè l’esatto contrario di ciòche teorizzano e praticano gli economisti e i politici che vanno per la maggiore (anche nel centrosinistra).

Voglio dire che potremmo valutare l’esito del voto e la possibile via d’uscita dall’attuale impasse in termini dinamici, in un’ottica di cambiamento, proprio a partire dalla constatazione che gli elettori hanno espresso una potentissima domanda di cambiamento. E’ quindi possibile che Pierluigi Bersani, oltre che di compensi ai parlamentari, si ritrovi a parlare con Beppe Grillo e i parlamentari del 5 Stelle di un diverso approccio con le istituzioni europee, senza dare per scontato che le “riforme” siano davvero la strada da seguire. I cittadini italiani chiedono di percorrere strade alternative, perché forse hanno intuito che esistono: cioè non escludono che il pagamento del debito possa essere ricontrattato; ipotizzano che la difesa dello stato sociale e dei beni comuni possa essere l’asse portante di una strategia per uscire dalla crisi del capitalismo finanziario; magari cominciano a convincersi che il modello economico attuale, basato sull’ideologia della crescita infinita delle produzioni, non sia un dato di natura ma una costruzione umana modificabile come tutte le costruzioni umane.

Non sappiamo bene che cosa avverrà nei mesi e negli anni prossimi, ma intanto stiamo vivendo una fase dinamica nella quale finalmente si comincia a capire che delle alternative al “finanzcapitalismo” esistono. A questo punto è  anche possibile che usciremo dall’ambiguità – non solo italiana ma fortissima in Italia – che vede le coalizioni di centrodestra e centrosinistra condividere uno stesso approccio all’economia e  una stessa analisi della situazione attuale, vista come una crisi passeggera da affrontare riducendo il perimetro d’intervento dello stato e rilanciando produzioni e consumi (il mito-dogma della crescita). Questo “pensiero unico” è stato sostenuto nell’ultimo ventennio da un potente apparato intellettuale e mediatico ma la ferocia delle misure attuate dalla Troika nell’interesse dell’oligarchia finanziaria dominante, sta facendo aprire gli occhi ai cittadini. I commentatori che scrivono sui maggiori giornali non sembrano invece avere occhi e orecchie per cogliere questo cambiamento in atto.

 

 

 

 

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6 commenti leave one →
  1. 27 febbraio 2013 17:53

    Non mi riesce distinguere la domanda di cambiamento (che c’e’ ed e’ certamente potentissima) dall’esperimento sociale di Grillo&Casaleggio. Gia’ il fatto d’essersi proposti non per governare ma per controllare ed approvare di volta in volta le leggi che altri propongono mi fa pensare. La chiusura totale a qualsiasi compromesso con chicchessia e’ un altro segnale di notevole intelligenza politica, ma di miopia complessiva per quel che riguarda la situazione cogente.
    Io fossi in Napolitano darei a Grillo l’incarico: vorrei vedere cosa ne esce, se ne esce qualcosa…

  2. guadagnucci permalink*
    28 febbraio 2013 09:21

    Sui limiti di proposta e di strategia del Movimento 5 Stelle possiamo discutere a lungo ma i pare che meriti di essere affrontato, in questo momento, l’enorme novità di queste elezioni, che hanno portato alla sconfitta le forze politiche che hanno sostenuto l’esistenza di un’unica possibile strada: quella dettata dalla Troika, cioè la radicalizzazione delle politiche neoliberiste, fino all’obiettivo finale che è – come noto – lo smantellamento dello stato sociale e dell’idea stessa di un’economia pubblica sottratta ai mercati. I maggiori commentatori sono attoniti di fronte all’esito del voto, e possiamo capirli, essendo stati sostenitori fermissimi della teoria-Tina (non ci sono alternative), ma non per questo è lecito sposarne lo scoramento. Questi dieci milioni di voti sfuggiti a Pdl e Pd qualcosa vorranno pur dire. Potrebbero voler dire, ad esempio, che in Europa non c’è consenso, o c’è sempre meno consenso rispetto all’obiettivo delle classi dirigenti del Finanzcapitalismo: ricordiamoci che quando su Repubblica, Corriere e nelle osservazioni dei signori economisti si parla di “riforme” si intende deregulation nel mondo del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici, taglio della spesa sociale. Voglio dire che questo terremoto ammette un’apertura che un successo di Centrosinistra e Monti non avrebbe permesso. In quest’apertura adesso gioca un ruolo di primo piano il 5 Stelle ma ci sarà spazio anche per altre dinamiche e proposte. Il mondo non finisce con il 5 Stelle e neanche con queste elezioni.
    Qui semmai casca l’asino, perché le forze alternative di sinistra – quelle dei Wu Ming e anche del sottoscritto – hanno guardato al 5 Stelle dall’altro verso il basso ma non hanno saputo mettere in campo nulla di convincente e alla fine la gente vota per chi c’è. A queste elezioni c’era Rivoluzione civile, la cui credibilità “alternativa” era prossima allo zero, ma bisogna anche dire che anche esperienze più libere e innovative come Cambiare si può (ne ho fatto parte) non sono state un esempio di coerenza, capacità di coinvolgimento e comunicazione eccetera.
    Non so che cosa accadrà di qui a breve, ma sarebbe già qualcosa se finalmente si uscisse da tutte le ambiguità e diventasse chiaro che la vera linea di demarcazione delle proposte politiche oggi è quella che passa fra chi ritiene che si debba seguire (magari con minime correzioni) la linea indicata dalla Troika (Pd, Monti e Pdl su questo punto sono molto espliciti) e chi invece contrasta questa ipotesi e lo fa sia in parlamento sia fuori. Io penso che il blocco culturale-politico-istituzionale della prima fazione (pro Troika) potrà essere contrastato e scalzato solo a prezzo di una serie di scossoni: è un intero sistema ideologico e di potere che viene messo in discussione e siamo solo all’inizio. Ho l’impressione che la sconfitta di Pd e Pdl (ripeto: 10 milioni di voti in meno in 5 anni) sia un punto di partenza e che ci sia ora un percorso che dev’essere riempito di contenuti, di proposte e di partecipazione. Nel frattempo immagino che da Bruxelles arriverà una spinta a mettere insieme un governo amico tipo governo Monti: il Pd è spinto nelle braccia del Pdl ma non può lamentarsene più di tanto, visto le scelte che ha fatto negli ultimi anni e il suo abbandono (almeno in gran parte dei suoi dirigenti, forse meno fra gli elettori) della sua storia di sinistra a vantaggio della religione neoliberista. Forse anche per il centrosinistra è arrivato il tempo di guardarsi dentro e di dare un’occhiata a quel che succede davvero in giro per l’Europa.

  3. 28 febbraio 2013 13:59

    Rispondero’ articolatamente in seguito. Per il momento ho la sensazione che tu sia ottimista nell’analisi delle motivazioni che han portato a votare Grillo. Io tutto questo antiliberismo e anticapitalismo finanziario non lo vedo. Almeno, non nella maggioranza dei grillini, ne’ nel “programma”: quelli sono esasperati da una politica cialtrona e banditesca, e su questo puntano. La sovranita’ monetaria e il reddito di cittadinanza ci sono, ma come concetti “alti”, che arrivano dopo il dimezzamento degli stipendi ai politici, e del numero dei parlamentari. Da qualsiasi totale iniziale si parta, peraltro…

  4. guadagnucci permalink*
    1 marzo 2013 08:17

    E’ vero che i voti al 5 Stelle hanno motivazioni diverse (pare che un terzo degli elettori vengano da sinistra e un terzo da destra, se ho capito bene il risultato di certe indagini sul voto), ma è altrettanto vero che dal voto è venuta una delegittimazione delle forze politiche – Pd e Pdl – che hanno sostenuto finora le politiche di austerità, fra l’altro sostenendo insieme il governo Monti, strettamente legato alla Troika e alla finanza internazionale. Io non credo che il movimento di Grillo sia la risposta al disastro che incombe sull’Italia e sull’Europa (un disastro che ha due facce: la recessione, che pesa ovviamente su chi sta sotto, socialmente parlando; il piano di cosiddette “riforme” sostenute dal partito neoliberista), ma il suo successo elettorale sta portando alla luce proprio questa linea di frattura. Una linea di frattura che si sta affermando anche nel resto d’Europa.
    Mi sbaglierò, ma credo che Troika e poteri veri non chiedano di meglio che una riedizione del governo Monti o qualcosa di analogo, anche a dispetto della volontà popolare. Del resto la democrazia è sempre più incompatibile con la gestione della Troika e lo si è visto bene in Grecia quando Papandreou parlò di in referendum sul pacchetto di aiuti e gli fu di fatto vietato di proclamarlo.
    Pd e Pdl hanno assecondato sciaguratamente la linea della Troika e il Pd – in particolare – ha abbandonato o ripudiato la sua cultura di riferimento. Ora gli chiederanno di sostenere un nuovo governo tecnico insieme col Pdl: viste le premesse, non mi pare una richiesta insensata, direi anzi che è la più ovvia. Ma ha il problema di confliggere – questa è la sensazione uscita dalle elezioni – coi desiderata dei cittadini e presenta il problema per quelli del Pd di doversi ancora accompagnare alla destra berlusconiana. Un nuovo governo tecnico avrà vita breve, sia per la sua stentata nascita sia perché non avrà consenso nella società sulle sue cosiddette riforme, che sono in realtà un piano un po’ folle ed estremista di attacco ai diritti.
    Purtroppo per il Pd (e per tutti gli altri) non si esce da questa impasse senza pagarne un prezzo, che sarà probabilmente nel Pd una divisione fra destra e sinistra interna, fra una fazione pro Troika e un’altra decisa a lottare per cambiare radicalmente le politiche europee, come dovrebbe fare la sinistra in questa fase storica. Anche il 5 Stelle non potrà vivere di rendita: se ha un progetto dovrà tirarlo fuori a breve, altrimenti anche i voti spariranno.
    In ogni caso siamo di fronte a un periodo di turbolenze che cambierà le carte in tavola. Questa è la cosa positiva uscita dalle elezioni. Magari avremo una destra che farà la destra e una sinistra che farà la sinistra. E magari quelli che da oltre dieci anni combattono il neoliberismo riusciranno a superare la loro debolezza e inettitudine, e quindi a farsi sentire, mostrando finalmente che una proposta nuova esiste ed è anche in corso di attuazione in varie parti del mondo.

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  1. Stasera non ho molta voglia, ma… | BarneyPanofsky

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