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Amnesty indica 10 punti ai candidati premier, che però sono fermi a zero

23 gennaio 2013

Amnesty International, nel pieno della campagna elettorale, ha messo nero su bianco un decalogo di questioni (e relative inadempienze normative) che merita d’essere letto perché fa capire in che razza di paese viviamo (qui la sintesi sul sito di Repubblica, qui il sito dedicato con tutti gli approfondimenti) . Un paese incapace di garantire diritti fondamentali e anche di immaginare un approccio creativo e positivo rispetto a una società che cambia e chiede risposte nuove al legislatore.

Fa impressione constatare che praticamente non c’è uno dei punti indicati da Amnesty che sia considerato prioritario dalle forze politiche che si contendono i seggi in parlamento (forse fanno eccezione i radicali sul tema del carcere).

Il decalogo è anche una specie di storia del nostro paese negli ultimi anni.

Racconta del razzismo che si è diffuso e  istituzionalizzato (gli accordi con la Libia, i Cie, i morti nel Mediterraneo etichettati come “clandestini” e subito dimenticati, la segregazione e le aggressioni al popolo rom);

ricorda – forse unica fra le grandi organizzazioni e considerando anche tutti i candidati premier in lizza – che abbiamo vissuto la plateale repressione di massa di Genova nel 2001 cui sono seguiti comportamenti che qualificano la polizia italiana come una delle peggiori e meno affidabili d’Europa (le proposte di Amnesty sono: legge sulla tortura secondo standard europei, codici identificativi per gli agenti, autorità indipendente garante dei diritti umani);

concentra l’attenzione sullo spaventoso stato delle carceri italiani, riempite di persone accusate di reati lievi grazie a  una serie di leggi criminogene introdotte con il “passe partout” del concetto di sicurezza, che andrebbe espulso dal lessico della politica;

prende sul serio il femminicidio e l’omofobia, che non sono fenomeni sociologici di cui discettare o da affrontare perbenisticamente disquisendo matrimoni gay sì / matrimoni gay no, ma pratiche sociali drammatiche che costano la vita e la qualità della vita a un grande numero di persone;

ci ricorda – ancora – che siamo un paese in guerra, anche se l’argomento è tabù e preferiamo pensare che i soldati italiani siano in Iraq, Afghanistan e altri paese a portare aiuto alle popolazioni locali, come recita la stantia e truffaldina prosa del potere.

Il pensiero drammatico che viene a leggere il documento di Amnesty è il seguente: se uno dovesse basarsi, nel decidere per chi votare, sull’impegno mostrato e la credibilità futura rispetto ai dieci punti indicati, l’unica scelta coerente sarebbe l’astensione.

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