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Polizia, diritti, libertà di dissenso: un paese arretratissimo

19 gennaio 2013

Su Altreconomia di gennaio 2013 è uscito questo mio articolo dedicato ai codici di riconoscimento per gli agenti in servizio di ordine pubblico. In molti paesi europei l’obbligo di riconoscibilità è già in vigore, altri stanno per introdurlo e lo stesso parlamento europeo sta incoraggiando i paesi che ancora non hanno provveduto a intervenire su questa delicata materia. L’urgenza è dettata sia dal ripetersi di episodi di abuso di potere durante le manifestazioni di piazza, sia dalla turbolenza sociale legata alla recessione economica (vedi Grecia e non solo).

L’Italia, sotto questo profilo, è un paese notevolmente arretrato. I corpi di polizia sono attestati su posizioni di rigido coroporativismo e mostrano da tempo una preoccupante propensione all’opacità. I vertici di polizia sono arrivati a toccare punte quasi eversive durante le inchieste e i processi seguiti a Genova G8, con un palese e continuativo ostacolo all’azione della magistratura.

I sindacati di polizia, poi, hanno mostrato tutto il loro conformismo e la loro debolezza, nessuno escluso. E quel che è peggio l’intero arco politico ha assecondato questa propensione conservatrice. E’ facile prevedere che anche la prossima legislatura passerà invano: su questi temi né il centrosinistra né la “rivoluzione civile” di Ingroia esprimono posizioni riformatrici.

Nella legislatura appena conclusa si è arrivati vicini al varo di una legge sulla tortura, ma forse è meglio che il testo non sia stato approvato, visto che era stato depotenziato per la preoccupazione di non fare qualcosa di “sgradito” alle forze dell’ordine. Ma una legge sulla tortura, per forza di cose, si occupa soprattutto di abusi compiuti da agenti in divisa, con l’obiettivo di prevenirli.  Non c’è nulla, in ciò, di pregiudizialmente ostile verso le forze di polizia.

Ma viviamo in un paese che ha sempre meno dimestichezza coi temi della libertà e della garanzia di espressione del dissenso. Gli uomini politici continuano a proclamarsi paladini della sicurezza, un concetto che negli anni passati ha ispirato politiche repressive e scelte illiberali; ben pochi prestano attenzione alla progressiva riduzione degli spazi di libertà e di protesta.

In queste condizioni, mentre il capitalismo finanziario e la tecnocrazia premono fatalmente verso forse la stabilizzazione di forme di democrazia autoritaria, c’è da chiedersi chi e in che modo potrà contrastare questa pressione. Cominceremo a intuire qualcosa durante le prossime proteste e mobilitazioni, ma è già chiaro che il cuore della trasformazione sarà lontano dai palazzi.

 

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