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Com’è difficile cambiare / 2

30 dicembre 2012

Ora che l’esito dell’incontro fra Antonio Ingroia e i portavoce di Cambiare di può è noto, possiamo proseguire il discorso. Diciamo subito che un po’ tutti ci aspettavamo molto di più. Si è capito in via definitiva com’è composta la cabina di regia di “Rivoluzione civile” – gli “arancioni” di Luigi De Magistris, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e Leoluca Orlando, con un ruolo significativo del Pdci, più ovviamente lo stesso Ingroia – ed è chiaro che il progetto di una “lista di cittadinanza”, con un radicale rinnovamento dei metodi e dei volti, non è al momento possibile.

La lista Ingroia, in buona sostanza, sarà formata attraverso una combinazione di scelte fatte a tavolino dagli “azionisti” su citati e una selezione di candidati presi da movimenti e associazioni con l’antico sistema della cooptazione (lo stesso utilizzato in queste ore da Pd e Sel). Niente di nuovo sotto il sole. Per certi versi – riconosciamolo – c’è più apertura nelle primarie attuate dal centrosinistra (per quanto anche lì siamo assai lontani da ciò che si intende nel mondo per democrazia partecipativa). In questo quadro, per quel che mi riguarda (sono fra i 70 firmatari del manifesto iniziale), credo che l’esperienza di Cambiare si può sia di fatto conclusa, per la troppa distanza fra il progetto iniziale e il punto raggiunto dalla Lista Ingroia (e non essendoci strade alternative). Vorrà dire che ne riparleremo in tempi migliori.

In realtà è assai probabile che nel referendum attualmente in corso fra i 13 mila e più iscritti al sito cambiaresipuo.net prevalgano i sì alla “proposta Ingroia”, nonostante la delusione generale e la sensazione che si potesse (e che lo stesso Ingroia potesse) fare molto di più. E non c’è da stupirsene. Chi si è iscritto al sito, chi ha partecipato alle assemblee, e gli stessi 70 promotori (che in gran parte al “referendum” voteranno no, compreso il sottoscritto) si sono messi in moto di fronte alla prospettiva di non avere nel prossimo parlamento un gruppo dichiaratamente alternativo al pensiero unico imperante. E oggi la Lista Ingroia è l’unico veicolo che può condurre a tale risultato.

Certo, a gran parte dei promotori (io sono fra questi) è ben chiaro che la proposta andava ben oltre l’intento di presentare comunque una lista. C’era, in quel progetto, un’ambizione ben più grande, che al momento dev’essere accantonata in attesa di tempi migliori. Ma riconoscere quest’evidenza, non vuol dire necessariamente mettersi contro la Lista Ingroia, che a questo punto va presa per quel che è. Ad alcuni piacerà, ad altri meno, altri ancora – probabilmente i più numerosi – riterranno che di meglio al momento non c’è e che di fronte all’emergenza che ci circonda, non possiamo permetterci di fare gli schizzinosi. Insomma, il referendum, al di là delle intenzioni iniziali, sarà percepito come un sì o no alla Lista Ingroia in quanto tale e perciò prevedo che prevarranno i sì.

Io aggiungo una valutazione autocritica a questo scenario, non prima però di ribadire che ho sostenuto in ogni passaggio Livio Pepino, Marco Revelli, Chiara Sasso e gli altri che si sono assunti le maggiori responsabilità nel portare avanti la nostra comune causa. Credo che noi 70 promotori dobbiamo riconoscere i limiti mostrati in queste settimane. Non siamo riusciti a definire una linea di lavoro precisa sulla quale concentrare la discussione: siamo arrivati all’assemblea del 22 dicembre scorso (finita in una triste bagarre) senza una bozza di regole su cui confrontarci e senza un’idea di come far funzionare bene le assemblee e allontanare i timori di una loro “militarizzazione”. E’ vero che avevamo poco tempo e che Cambiare si può è stato un progetto nato troppo tardi rispetto alle scadenze elettorali, ma ho il dubbio che il silenzio su questi punti cruciali sia dipeso anche dalla mancanza di idee precise e davvero maturate al riguardo (non si è mai accennato, per dire, al metodo del consenso o alle opportunità che offre la rete per discutere e prendere decisioni).

Quel che resta di Cambiare si può è il suo “programma minimo” in dieci punti, che Antonio Ingroia ha detto di condividere. Non è poco, dato che si tratta di una proposta sintetica e ancora bisognosa d’essere arricchita e specificata, ma che mette in discussione tutti i capisaldi delle politiche economiche europee del momento. Nessuno finora aveva messo in campo niente del genere. E’ un programma ben più originale, radicale e coerente – diciamo anche questo – dei dieci punti proposti da Ingroia nella sua convention del 21 dicembre. Certo, non basta dire “Ok ai vostri dieci punti” per essere convincenti, specie se consideriamo che la coalizione Ingroia include forze politiche che fino a poco tempo fa si schieravano col centrosinistra (vedi Pdci) o che non hanno mai elaborato granché in materia di alternative al neoliberismo e alla sua vulgata (vedi Italia dei Valori). Per persuadere ci vuole quindi anche qualcos’altro, ossia candidature coerenti con quel programma e il coraggio di battersi davvero, durante la campagna elettorale, per quelle idee. E’ su queste basi che la Lista Ingroia dovrà guadagnare la sua credibilità, sapendo di partire con un handicap: nel mondo degli attivisti, nei movimenti, credo anche fra i militanti politici tout court al momento manca l’entusiasmo che sarebbe necessario.

PS: magari mi sbaglio sull’esito del referendum, ma alla fine ben poco cambierebbe nelle mie considerazioni.

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