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Cambiare – forse – si può

5 dicembre 2012

La campagna Cambiare si può è partita sabato scorso e si pone un obiettivo doppiamente difficile. Per un primo aspetto si propone di mettere insieme una lista elettorale che sia espressione della cittadinanza attiva – di chi in questi anni si è battuto contro gli orrori del sistema neoliberista in tutte le sue manifestazioni – e già non è poco, tenendo conto che la frammentazione e la distanza dalla politica istituzionale sono due elementi tipici di questo universo di attivismo.

Per un secondo aspetto si tratta di correre contro il tempo e in poche settimane (si vota – pare – a marzo) proporsi agli elettori con un progetto credibile e candidature all’altezza. L’obiettivo è avere un buon risultato e quindi le liste si faranno solo se ci sarà la ragionevole persuasione di poter superare il quorim (una decisione definitiva verrà presa a cavallo fra 2012  e 2013).

Vale la pena impegnarsi per un obiettivo così incerto? Dico di sì per un paio di motivi. Il primo: siamo di fronte a un’accelerazione spaventosa di ciò che viene chiamata “crisi” ma che in realtà è il passaggio finale per lo smantellamento dello stato sociale e del sistema dei diritti civili, politici e sociali. Con la scusa del debito e della recessione, i poteri finanziari stanno andando all’attacco di servizi e beni pubblici, con l’intento di consolidare l’autoritarismo “democratico” nel quale già viviamo. In questo contesto, l’Italia non può fare a meno di una forza parlamentare e di una voce che dichiaratamente lotti contro questo attacco.

Il secondo motivo è che nel nostro ambiente – diciamo gli attivi dell’area altermondialista – molto ci si lamenta delle insufficienze della politica istituzionale e dei ritardi culturali del nostro paese, ma forse non si è fatto abbastanza per contrastare questa china. L’accesso alle istituzioni non è mai stato una priorità, ma questi cinque anni senza

forze di sinistra e antiliberiste in parlamento, mostrano quanto grave sia questo vuoto.

Non tanto per il peso che un gruppo di parlamentari potrebbe avere negli equilibri politici e nella formazione di questa o quella maggioranza, ma per gli “effetti collaterali”: presenza in tv, considerazione da parte della stampa, in breve capacità di comunicare con i grandi numeri; sostegno e protezione rispetto a chi conduce le lotte sul campo.

L’Italia rischia d’essere l’unico paese d’Europa che in tempi così tempestoso e di fronte all’assalto finale condotto dai poteri economici e finanziari sempre più potenti nonostante il fallimento palese del sistema neoliberista (ma per i potenti anche questa fase così distruttiva è più che lucrosa), l’Italia – dicevo – rischia di non avere una voce pubblica in grado di indicare le alternative possibili. Già oggi i cittadini sono indotti a credere che non ci sia altra strada rispetto alle indicazioni della Troika, alle scelte del governo Monti, ai programmi – assai simili sugli aspetti chiave – di centrodestra e dentrosinistra.

Oggi nessuno dice alcune semplici verità: ad esempio che il debito può non essere ripagato, o almeno non del tutto e non subito, essendoci altre priorità (ad esempio la tutela di livelli dignitosi di vita per i cittadini); che la vagheggiata crescita, in arrivo secondo i sacerdoti neoliberali dopo la destrutturazione delle finanza statali, è una chimera bella e buona, perché l’austerity produce recessione; che anziché tagliare le spese sociali si deve introdurre una patrimoniale permanente; che la rendita finanziaria dev’essere tassata con aliquote alte; che la finanza dev’essere repressa; che alcune leggi odiose vanno eliminate, dalla Bossi-Fini alla legge Fornero e così via.

Non è detto che riusciamo a fare una lista seria, credibile e forte, ma a questo punto penso che dobbiamo provarci.

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