Skip to content

A Bruxelles la “democrazia reale” italiana

29 ottobre 2012

Ecco il testo dell’intervento che ho tenuto a Bruxelles nella sede del parlamento europeo, prima dello spettacolo di Vittorio Agnoletto, Marco Fusi, Momir Novakovich.

La notte del 21 luglio 2001 mi sono trovato a dormire alla scuola Diaz. Ho assistito all’irruzione della polizia di stato, sono stato pestato duramente da tre agenti e dopo circa due ore sono arrivato in ospedale, dove sono stato trattenuto due giorni per le ferite riportate. Ho trascorso quei due giorni con due agenti ai piedi del letto perché  arrestato – come gli altri 92 ospiti della scuola – con accuse gravissime: associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio, porto abusivo di armi da guerra (due bombe molotov), resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Tutte accuse rivelatesi false e soprattutto inventate di sana pianta dalla polizia di stato.

Quella notte il mondo pareva alla rovescia. Ricordo la sensazione di paura e soprattutto di abbandono: in quelle due ore trascorse in balìa della polizia, due ore nelle quali molti di noi pensarono a un colpo di stato, avevamo la consapevolezza che nessuno sarebbe venuto a salvarci, perché proprio gli organi deputati a tutelare un cittadino in una democrazia – le forze di polizia – ci stavano negando i diritti fondamentali, mettendo a repentaglio la nostra salute e la nostra stessa vita. E’ solo per caso che nessuno di noi 93 è morto quella notte. Ne ho piena coscienza se penso che i colpi inferti col manganello tonfa impugnato a rovescio mi squarciarono le braccia fino a scoprire l’osso mentre mi riparavo la testa. Due di noi, del resto, finirono in coma, riuscendo per fortuna a salvarsi, pur riportando danni fisici e psichici permanenti.

In questi undici anni, insieme con tanti altri, ho lottato per ottenere verità e giustizia nel mio paese. Ho cercato giustizia nei tribunali e anche nella società, nel rapporto con le istituzioni elettive e democratiche del mio paese. Sappiamo com’è andata.
Il processo Diaz ha portato a risultati importanti, per quanto gran parte dei reati siano caduti in prescrizione.

Sono stati condannati in via definitiva alcuni dirigenti di polizia di rango nazionale. Hanno avuto pene fino a 4 anni per il reato di falso, mentre sono cadute in prescrizione le altre accuse. Sono stati anche interdetti dai pubblici uffici per 5 anni e hanno quindi dovuto lasciare il loro posto di lavoro al servizio dello stato. E’ stato un processo difficilissimo, che è stato ostacolato in tutti i modi, contravvenendo agli obblighi di lealtà istituzionale, dai vertici di polizia e dagli stessi imputati. Basti dire che 25 imputati su 27  si sono avvalsi della facoltà di non rispondere in tribunale alle domande dei magistrati, come farebbe un qualsiasi privato cittadino: è accettabile una condotta del genere per altissimi dirigenti della polizia di stato? Io dico di no.

La polizia di stato ha ostacolato l’inchiesta in molti modi. Ne ricordo alcuni. E’ stato negato ai magistrati l’elenco completo degli agenti impiegati nel blitz; sono state inviate fotografie vecchie e quindi inutilizzabili degli agenti in servizio; non è stato identificato uno dei quattordici firmatari (la firma era illeggibile) del verbale d’arresto redatto la notte del 21 luglio, un verbale risultato falso in ogni sua parte. I magistrati inquirenti sono stati sottoposti a pressioni inaccettabile e si deve alla loro forza morale, alla loro lealtà democratica se l’inchiesta è andata avanti e si è arrivati a un processo. Sto parlando di Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini.

Da cittadino ho atteso per anni le scuse del capo di polizia, un segno di solidarietà da parte dei dirigenti politici e governativi del mio paese. Avrei voluto sentire la vicinanza delle istituzioni elettive del mio paese nei lunghi anni dell’inchiesta e del processo. Non è stato così. Noi cittadini, vittime di abusi inqualificabili, siamo stati lasciati soli. Lo stato italiano non si è costituito parte civile nel processo e anzi ha difeso, con gli avvocati dello stato, gli imputati. Quelli  di grado più alto, a inchieste e processi in corso, sono stati addirittura promossi a sempre più alti incarichi.

Nel luglio scorso, quando la corte di Cassazione ha confermato le condanne e la rimozione dei dirigenti, il governo, il parlamento, addirittura i maggiori quotidiani  hanno mostrato imbarazzo. Il capo della polizia, dottor Manganelli, ha balbettato una frase – “è arrivato il momento delle scuse” – cui non ha fatto seguito alcun atto formale. I tre principali quotidiani del paese hanno riferito i fatti – la condanna definitiva – tradendo disappunto per la rimozione dagli incarichi dei maggiori imputati, uno ha scritto addirittura che la sentenza “è forse giusta ma non saggia”.  Il capo della polizia dell’epoca, dottor De Gennaro, nel frattempo entrato al governo come sottosegretario, ha detto: 1) di condividere il dolore delle vittime, 2) d’essere solidale con i dirigenti di polizia condannati, di cui conosce il valore professionale.

Per il primo punto, lo ritengo un’offesa personale: respingo con tutte le mie forze questa condivisione del dolore a undici anni di distanza dai fatti e manifestata solo perché c’è stata una sentenza definitiva della magistratura e mi domando quali siano i valori umani e civili, quale sia la cultura  del dottor De Gennaro, per arrivare ad affermare un’enormità del genere. Per il secondo punto, da cittadino, dico che il dottor De Gennaro deve imparare a scindere le posizioni personali – la solidarietà verso un gruppo di amici – dai suoi doveri di uomo di stato, che gli imporrebbero di stare dalla parte dei cittadini privati di diritti fondamentali.

Credo che l’Italia stia vivendo un momento preoccupante sotto il profilo dell’etica pubblica e della tenuta dei diritti costituzionali. Questa vicenda lo dimostra. La Corte di Cassazione ha scritto parole durissime, che non hanno precedenti nella storia giudiziaria italiana. Ha parlato di “scellerata operazione mistificatoria” messa in atto da altissimi dirigenti della polizia italiana. Ma né il vertice attuale della polizia, né il governo, né il parlamento hanno accennato la minima reazione. Tutto è già stato dimenticato.

Il capo della polizia è al suo posto, il dottor De Gennaro è al governo, nessuno fra i poliziotti condannati nel processo Diaz e negli altri processi seguiti al G8 di Genova – decine e decine di agenti – è stato sospeso o rimosso, tranne la decina di dirigenti sospesi per 5 anni, ma per ordine della magistratura, non del governo né del capo della polizia.

Non sono stati presi in  considerazione i molti interventi indicati dai Comitati nati fra le vittime degli abusi delle forze dell’ordine – il Comitato Verità e Giustizia per Genova e e il Comitato Piazza Carlo Giuliani – e dalle organizzazioni che tutelano i diritti umani: una legge sulla tortura; l’obbligo per gli agenti di portare sulle divise codici di riconoscimento; la riforma della formazione per gli agenti; l’istituzione di un organismo indipendente di verifica degli abusi denunciati.
Nonostante le condanne, a chi lavora in polizia è giunto un messaggio di impunità, per la complicità delle maggiori forze politiche del mio paese, dei governi che si sono succeduti in questi anni. Come cittadino italiano ringrazio i magistrati e i giudici che hanno svolto lealmente il loro compito, salvaguardando la dignità delle istituzioni, ma sono  preoccupato per lo stato della “democrazia reale” nel mio paese. E’ questo il messaggio che vorrei trasmettervi.

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: