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Chi non vuole la legge sulla tortura

2 ottobre 2012

Dal Manifesto – 2 ottobre 2012

Diritti umani – Il parlamento cambia il codice penale in tutto (e in peggio)  ma su questo tace.
LA TORTURA INFINITA DELLA LEGGE CHE NON C’E’

L’unanimità raggiunta dai gruppi in commissione dura pochi giorni, l’aula di Palazzo Madama ci ripensa e chiede più tempo per il nuovo reato. Basta con un’ipocrisia che dura da decenni

Lorenzo Guadagnucci*
Si ha un bel dire che l’introduzione del reato di tortura è una questione di
civiltà: viviamo in un paese nel quale il parlamento gioca da anni a
rimpiattino e non si vergogna d’apparire sia impotente che meschino.
Impotente, perché la discussione va avanti da più legislature e ogni passo
avanti verso l’approvazione di una legge viene rapidamente azzerato con astute
operazioni dell’ultimo minuto. Meschino, perché la questione di civiltà viene
smontata con un argomento così becero da non sembrare vero: «Dobbiamo tutelare
le forze dell’ordine», dicono gli avversari della legge, come se la punizione
della tortura – ahinoi documentata in questi anni numerose volte – fosse una
vessazione per chi veste una divisa e non un sacrosanto principio di giustizia
e di tutela di beni primari come la dignità delle persone e la credibilità
dello stato.
È successo anche stavolta. Non si è fatto in tempo ad annunciare
l’approvazione all’unanimità in commissione giustizia al senato di un nuovo
testo di legge (peraltro tutt’altro che ottimale, a mio modesto giudizio), che
è arrivata la marcia indietro. Il testo torna in commissione e andrà rivisto,
perché un gruppo di parlamentari (di centro e centrodestra) teme che il testo
così com’è, anzi com’era, potrebbe essere usato «strumentalmente a danno delle
forze dell’ordine» (Gasparri dixit).
La verità è che abbiamo un parlamento così debole, così lontano da una cultura
autenticamente democratica e costituzionale, che forse è meglio lasciar perdere
e rinviare tutto a tempi migliori: in queste condizioni, nella migliore delle
ipotesi, avremmo una mediocre e alla fine inutile legge sulla tortura.

L’impegno tradito
Mancano le condizioni, in questo scorcio di legislatura e più in generale in
questo contesto politico, per approvare riforme davvero democratiche. E
dovremmo chiederci perché lo spauracchio della minaccia alla operatività delle
forze dell’ordine sia agitato con tanta disinvoltura e tanta efficacia. La
risposta è che tale perversa diffidenza verso il princìpio di lealtà e
responsabilità istituzionale di fronte alla legge e ai diritti dei cittadini,
riflette la distorsione del rapporto fra apparati di sicurezza e organi
elettivi. I secondi dovrebbero esercitare sui primi un legittimo quanto
necessario «controllo democratico», ma da anni avviene semmai l’opposto, con i
vertici degli apparati che tengono sotto scacco parlamenti e governi.
Non è un caso che le obiezioni al testo di legge uscito dalla commissione
siano state sostenute soprattutto da due parlamentari che provengono dalla
polizia di stato: Achille Serra, a lungo questore e prefetto, oggi deputato Udc
(ma eletto nelle file del Pd), e Filippo Saltamartini, segretario nazionale del
sindacato di polizia Sap prima d’essere eletto senatore dal Pdl. Entrambi hanno
contestato sia alcuni dettagli del testo di legge, in particolare le parti
sulla tortura psicologica, sia la necessità tout court di introdurre
nell’ordinamento il reato di tortura, poiché il codice conterrebbe già le
sanzioni necessarie.
È una tesi risibile e basterebbe ricordare ciò che hanno scritto i giudici del
tribunale di Genova nella sentenza che ha inflitto decine di condanne (quasi
tutte cadute in prescizione) per gli abusi sui detenuti nella caserma di
Bolzaneto durante il G8 del 2001. Hanno scritto che il processo è stato
ostacolato da una precisa lacuna dell’ordinamento: la mancanza di uno specifico
reato di tortura.

Un reato specifico è necessario
La legge sulla tortura, in questo frangente storico, ha sia una dimensione
pratica – quella indicata dai giudici del processo Bolzaneto -, sia una
dimensione politico-istituzionale: si tratta di stabilire se vogliamo o no
affrontare la crisi economica e istituzionale in corso, che è anche una crisi
di legittimità democratica, mantenendo dritta la barra dei diritti.
Dobbiamo domandarci se è ancora possibile accettare che diritti fondamentali e
garanzie stabilite a livello internazionale siano trascurabili e quindi
rinviabili sine die perché le forze di polizia si sentirebbero minacciate da
una loro formale tutela.
Dobbiamo chiederci se è possibile accettare la chiusura corporativa delle
forze di sicurezza, che proprio in questi mesi, di fronte ai clamorosi e
umilianti esiti dei processi seguiti al G8 del 2001, con condanne senza
precedenti e l’estromissione per via giudiziaria di altissimi dirigenti di
polizia, hanno reagito con un misto di viltà e arroganza.
Il capo della polizia è rimasto al suo posto senza dare il minimo segnale di
consapevolezza della gravità dei comportamenti tenuti dai suoi uomini a Genova
e durante il processo Diaz, il sottosegretario Gianni De Gennaro è arrivato a
esprimere solidarietà con i condannati.
A fronte di tutto ciò, le forze parlamentari sembrano inermi e prive di
argomenti. Non osano agire e quando agiscono stentano ad andare fino in fondo.
Lo stesso testo sulla tortura approvato in commissione è una dimostrazione di
debolezza della cultura democratica nel nostro paese.

Tre critiche al testo
Pur di raggiungere l’unanimità, si è accettato di cambiare il testo originario
in tre punti fondamentali.
1) È caduto il principio – che altrove è pacifico – secondo il quale la
tortura è un reato specifico del funzionario pubblico (si temeva, ancora, che i
vertici di polizia si sentissero minacciati…);
2) È stata cassata la norma che istituiva un fondo per la tutela delle
vittime: norma sacrosanta, se pensiamo a quanto sono gravi e durature le
menomazioni che colpiscono chi subisce tortura;
3) Non è stato introdotto il principio che la tortura è un reato che non può
mai andare in prescrizione. Il testo uscito dalla commissione era quindi
tutt’altro che perfetto. Ma era «il massimo che si poteva ottenere», hanno
osservato i senatori del Pd. È sicuramente così, ma si è subito visto quanto
fosse fragile la mediazione.
Vista la materia, visti i precedenti (anni e anni di fallimenti) e considerata
la delicatezza della questione, che investe i rapporti fra cittadini e
istituzioni, il livello di tutela dei diritti fondamentali, la trasparenza e la
responsabilità delle forze di sicurezza, credo si possa arrivare a una
conclusione: non è più tempo di affrontare temi del genere nel chiuso delle
aule parlamentari. Tutta la discussione è avvenuta in commissione al senato,
senza il coinvolgimento non tanto dei cittadini ma nemmeno delle maggiori forze
politiche, che in nessun momento hanno avvertito la necessità di rendere
pubblico il dibattito in corso, gli ostacoli esistenti, le mediazioni in
itinere.

Serve una mobilitazione vasta
Una discussione pubblica non potrebbe che aiutare l’approvazione di una buona
legge contro la tortura. E di una buona legge, accompagnata da una discussione
trasparente e approfondita, hanno bisogno le nostre istituzioni e in
particolare le forze dell’ordine, che con il silenzio, le mediazioni al
ribasso, l’accettazione di condotte proterve, stiamo spingendo verso una
pericolosa zona di opacità.
Una democrazia in crisi, qual è la nostra, ha bisogno di più democrazia. Forze
di polizia soffocate da decenni di corporativismo e autoreferenzialità hanno
bisogno di una riforma democratica. In attesa di un parlamento migliore di
questo, è necessario fare cultura, preparare progetti, stimolare
partecipazione. Non ci sono scorciatoie. A questo servirà, anche, il convegno
convocato venerdì prossimo a Firenze

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