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Sul caso Sallusti i giornalisti non convincono

27 settembre 2012

C’è una questione di fondo a rendere poco convincenti le prese di posizione – molto gridate, molto perentorie – del sindacato dei giornalisti e di molti altri commentatori sul caso Sallusti. Perché siamo tutti d’accordo sull’insensatezza della reclusione in carcere (dovuta peraltro alla violenza della legge ex Cirielli sostenuta con tronfia sicumera proprio dai giornali della destra berlusconiana) e sulla necessità di tutelare la libertà d’espressione e di critica, ma come spiegare ai cittadini che né il sindacato dei giornalisti né l’ordine sono soliti muovere un dito quando certa stampa su permette di insultare, mentire, aggredire?

In tutti questi casi – e sono innumerevoli, basti pensare a quel che si è scritto e detto sul popolo rom o sugli immigrati albanesi e romeni o ancora sulle persone di fede islamica – né il sindacato né l’ordine hanno pensato all’opportunità di dotarsi di strumenti più veloci, più stringenti, più efficaci di quelli oggi previsti, cioè il ricorso all’ordine per violazione deontologica (pochi conoscono l’esistenza di questo strumento e i responsi sono stati comunque spesso deboli e incerti) o la denuncia alla magistratura.

Il caso Sallusti potrebbe servire a discutere di questo: come si fa a garantire un giornalismo più rispettoso? Con quali strumenti è possibile prevenire gli abusi e punirli efficacemente una volta siano stati compiuti?

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