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Il Pd si merita Renzi

5 settembre 2012

Il Partito democratico è in grande affanno per la candidatura alle primarie di Matteo Renzi, che sta mettendo a soqquadro il disegno concepito da Bersani e i suoi. Viene da dire: ben gli sta. Il Pd ha allevato in casa il suo castigatore e ora non ha gli strumenti politici e culturali per neutralizzare le mazzate del “rottamatore”, che ha buon gioco a irridere e mettere nell’angolo la vecchia classe dirigente, che ha col tempo azzerato la propria cultura politica, facendosi colonizzare dalla religione neoliberista.

Matteo Renzi su questi temi non ha remore ed è perfettamente in linea con la prospettiva politica che il Pd ha sposato: lo schiacciamento sulla linea dell’austerity, sui “memorandum” della Troika (Fmi, Commissione europea, Bce), quindi tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni , liberalizzazioni e così via. La proposta politica di Bersani e del centrosinistra è la stessa dell’attuale governo, la cosiddetta “agenda Monti”, che poi è l'”agenda Troika” per usare la terminologia che è stata utilizzata in Grecia, il paese che per primo ha sperimentato sulla propria pelle le politiche europee iperliberiste di questi mesi.

C’è chi contesta a Renzi d’essere vuoto, vago, di non avere una linea politica. C’è del vero in questa valutazione, perché il sindaco di Firenze è un grande uomo-marketing, il migliore allievo di quel grande talento della comunicazione politica che è (stato) Silvio Berlusconi, ma se può permettersi di limitarsi agli slogan sulla “rottamazione”, il “limite di tre mandati” e poi rimettere tutto a una serie di demagogiche declamazioni, è perché in Italia, e nell’area di centrosinistra in particolare, non c’è alcuna discussione politica possibile. La linea è già decisa e viene dettata dalla Troika. Punto.

Renzi su questo terreno è a proprio perfetto agio. Liberalizzazioni, privatizzazioni e (s)vendita del patrimonio pubblico sono il suo pane quotidiano: basta vedere la sua azione come sindaco di Firenze e il suo slogan “dimostreremo che il iberismo è di sinistra” (slogan a dire il vero rubato all’estremismo liberista di Alesina e Giavazzi, commentatori del Corriere della Sera). Renzi è l’uomo che si è schierato “senza se e senza ma” con Sergio Marchionne e la sua ottocentesca visione dell’industria, del lavoro e dei diritti di cittadinanza. E’ l’uomo che ha votato e fatto votare no al referendum sull’acqua pubblica (oggi ha come assessore al bilancio uno dei fondatori dei comitati referendari per il no in Toscana). Renzi ha sempre detto di non essere interessato all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, perché lui pensa ai precari che non hanno tutele, e ritiene che i sindacati facciano parte della “vecchia politica”. Eccetera.

Il punto è che il Pd non ha più progetti politici, valori solidi, visioni del futuro con le quali contrastare Renzi. E’ quindi disarmato. Bersani, D’Alema & C. hanno abbandonato la tradizione della sinistra e del centrosinistra, sono disposti a partecipare allo smantellamento dello stato sociale in nome della cosiddetta crisi del debito, la finzione adottata per mascherare la dittatura della finanza. In questi mesi di supporto al governo Monti hanno accettato di inserire il pareggio di bilancio in Costituzione (un paradosso per chi proviene dalla tradizione socialdemocratica); hanno appoggiato il Fiscal Compact (cioè un vincolo ventennale alle politiche economiche); hanno votato lo smantellamento dell’articolo 18; si apprestano ad appoggiare un’ondata di privatizzazione e dismissione del patrimonio pubblico senza precedenti. Non ci sono quindi argomenti per contrastare Renzi; il vertice del Pd lo teme solo per la propria brama di potere, ma su questo punto Renzi non è davvero secondo a nessuno.

La verità è che la sola, vera linea di demarcazione politica in Italia e in Europa è quella che divide l’allineamento con le politiche della Troika e del governo Monti e la loro aperta contestazione. In Italia sia centrodestra che centrosinistra hanno scelto la prima opzione, che solo in apparenza è la più ragionevole. Le differenze fra i due schieramenti sono inevitabilmente minime, così come sono sfumature, nella sostanza, quelle che differenziano Bersani, Renzi e Vendola (il quale, a dire il vero, si schiera contro il neoliberismo, contro le privatizzazioni eccetera, ma per pura logica di bandiera e di richiamo elettorale, essendo queste posizioni del tutto impraticabili schierandosi nel campo suddetto).

La strada alternativa passa per la costruzione di un centrosinistra – sì centrosinistra, perché non va dimenticato che il “modello sociale europeo” fu costruito dai partiti democristiani e socialisti – che si ponga l’obiettivo di tutelare lo stato sociale europeo, di reprimere la finanza (qualcuno dovrebbe spiegare per quali ragioni dev’essere ammissibile speculare con tecniche come le vendite allo scoperto, evadere il fisco tramite i paradisi fiscali, o creare una mostruosità come il mercato dei derivati di cui nemmeno si conosce la precisa entità, che però è sicuramente un multiplo del prodotto lordo mondiale), di convertire le produzioni assicurando all’Europa sovranità alimentare, energetica e monetaria. Non ci sono scorciatoie.

Il Pd e probabilmente tutti noi dovremo passare per la “cura Renzi”, un misto di ultraliberismo e di demagogia con piglio cesarista e un cospicuo ricambio di classe dirigente (ma non troppo, vedi Giorgio Gori ex manager Mediaset come principale consigliere del “rottamatore”): cambiare gli uomini per non cambiare niente, nel più classico schema reazionario.

Vale la pena impegnarsi per costruire fin d’ora l’alternativa di cui sopra, perché la prossima tappa, anche elettorale, dell’Italia è segnata, e somiglia molto, moltissimo a quanto è successo in Grecia due elezioni fa, col “successo”, si fa per dire, della coalizione fra socialisti e conservatori. Il Pd di Renzi magari vincerà le elezioni, ma in realtà le avrà perse, perché si troverà a gestire un disastro più che annunciato, poiché la cura Monti-Troika produce recessione, disoccupazione, riduzione di salari e stipendi, compressione dei diritti. Stiamo procedendo verso una moderna forma di democrazia autoritaria di mercato.

Solo la mobilitazione di chi lavora o vorrebbe lavorare, solo la partecipazione dei cittadini a un’operazione di verità, che smascheri la lotta di classe condotta da chi sta in alto, potrà cambiare il corso delle cose.

Tutto il resto sono chiacchiere e menzogne, profuse in questi mesi a pieno regime da un’informazione asservita a classi dirigenti autistiche e ormai incapaci di interpretare la realtà.

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