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Genova G8, si potrebbe (e dovrebbe) fare qualcosa

30 luglio 2012

Questo mio articolo è uscito sul Manifesto

L’OBLIO DI GENOVA (Il Manifesto, 29 luglio 2012)

Ora che la Cassazione ha detto parole definitive su due delle tre principali inchieste seguite al G8 di Genova del 2001, è davvero il tempo di tracciare un bilancio e di porsi, soprattutto, una domanda: servono a qualcosa queste sentenze?

Diciamo subito che il bilancio è in chiaroscuro e lascia una forte sensazione di ingiustizia. Da un lato c’è una sentenza storica, con altissimi dirigenti della polizia di stato condannati in via definitiva per reati assai gravi, come il falso e la calunnia, e colpiti da un’interdizione quinquennale dai pubblici uffici, un’onta che comporta per loro l’interruzione di carriere che parevano inarrestabili. Dall’altro lato ci sono le abnormi condanne inflitte a dieci imputati chiamati a rispondere di un reato che somiglia a un bazooka giudiziario: devastazione e saccheggio, punito dal codice con un minimo di otto anni e un massimo di quindici, anche se le azioni giudicate non implicano, come nel caso specifico, né danni subìti né rischi corsi da persone. Non sfugge a nessuno, per com’è nata e com’è stata condotta l’inchiesta, che i dieci cittadini arrivati al giudizio di terzo grado (inizialmente erano 25) sono davvero dei capri espiatori: stavolta non è un’iperbole o un escamotage difensivo, ma la cruda realtà dei fatti. Si tratta di dieci persone prese nel mucchio e raggiunte da pene esemplari, che quasi stordiscono per la sproporzione sia rispetto ai fatti sia rispetto alle pene inflitte ad agenti e funzionari per le violenze e i falsi alla Diaz e per i maltrattamenti sui detenuti nella caserma di Bolzaneto (44 condanne in appello, quasi tutte già prescritte in attesa della Cassazione).

Sono sentenze dirompenti, che dicono molte cose sullo stato della democrazia reale nel nostro paese . Indicano la drammatica urgenza di una vasta azione riformatrice. L’agenda dei provvedimenti che un potere politico avveduto e d’ispirazione democratico-costituzionale dovrebbe mettere subito in agenda, è presto fatto. 1) Legge sulla tortura, addirittura invocata nero su bianco dai giudici del caso Bolzaneto, che sono stati costretti ad inquisire agenti e medici penitenziari sulla base di figure di reato minori, che hanno infatti portato a pene lievi e prescritte. 2) Obbligo per gli agenti in servizio di ordine pubblico di indossare su caschi e divise codici di identificazione: la loro assenza ha permesso ai picchiatori entrati in azione alla Diaz di sfuggire – tutti – all’inchiesta giudiziaria. 3) Nuova smilitarizzazione della polizia di stato, ufficialmente avvenuta con la riforma del 1981, ma ormai vanificata nella realtà concreta: basti dire che tutti i posti messi a concorso sono da qualche anno riservati a chi abbia svolto servizio militare volontario. 4) Istituzione di un’autorità indipendente di tutela dei diritti umani: polizia, carabinieri e le altre forze dell’ordine hanno dimostrato di non essere trasparenti né dotate di strumenti efficaci di verifica dei propri comportamenti ed errori. 5) Abolizione del reato di devastazione e saccheggio, concepito nell’ottocentesco codice Zanardelli e “valorizzato” nel codice Rocco dell’epoca fascista con evidenti quanto inaccettabili finalità di punizione politica dei dissidenti.

Sono interventi necessari e anche possibili, nonché premessa logica per una più vasta e radicale riforma democratica delle forze dell’ordine. Ma sono interventi che non sono in agenda per nessuna forza politica parlamentare. All’indomani delle sentenze, abbiamo avuto il silenzio della politica, rotto solo da poche incerte voci. Un paio di dirigenti del Partito democratico hanno ripescato dal proprio passato l’idea di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sul G8 genovese. Quasi un pezzo di antiquariato. La ricerca di responsabilità politiche per quanto accaduto nel luglio 2001, si dirà, è ancora attuale, ma la domanda a questo punto è un’altra: vogliamo o non vogliamo trarre intanto le conseguenze dalle responsabilità già accertate?  A che serve rilanciare l’improbabile istituzione della commissione bocciata nella scorsa legislatura, se prima non si fa tesoro degli insegnamenti che arrivano dalle sentenze e dai fatti storici accertati?

Chi sta in parlamento, semmai, dovrebbe fare un esame di coscienza e dire se è politicamente accettabile sostenere con i propri voti la permanenza al governo del sottosegretario Gianni De Gennaro, oggi plenipotenziario della sicurezza nel nostro paese, ma all’epoca responsabile dell’ordine pubblico di un evento che passerà alla storia come il più grave disastro di polizia degli ultimi decenni. Il sottosegretario De Gennaro ha commentato la sentenza Diaz con parole di rara impudenza: ha detto di condividere il dolore delle vittime, pretendendo di essere preso sul serio. A undici anni dai fatti e all’indomani di un giudizio di Cassazione, è una condivisione del dolore così grottesca che personalmente la rifiuto e la considero un’offesa personale. Il sottosegretario De Gennaro ha poi speso importanti parole di solidarietà per i dirigenti di polizia condannati, tutti suoi stretti collaboratori, dimostrando di non saper distinguere i sentimenti personali dal ruolo pubblico ricoperto, un ruolo che richiederebbe ben altro comportamento, ossia scuse solenni, toni umili, dimissioni immediate.
Mi chiedo, a undici anni dal celebre intervento dell’onorevole Massimo D’Alema alla Camera dei deputati, durante il quale parlò di “notte cilena” alla scuola Diaz, che cosa sia rimasto in parlamento di quella sensibilità politica, di quel senso di indignazione di fronte alla violenza del potere, che avevano scosso le coscienze di centinaia di parlamentari.
La triste verità è che siamo alla paralisi politica, all’incapacità anche culturale di intervenire su materie delicate che hanno a che fare con l’esercizio concreto del diritto al dissenso e alla partecipazione democratica. C’è una cultura dei diritti da ricostruire, mentre montano nel paese e nel resto d’Europa le tentazioni autoritarie, di fronte a una crisi economica pervasiva e a un’evidente perdita di consenso della classe politica attuale.
Non si tratta più, a questo punto, di chiedere giustizia per il G8 del 2001, ma di costruire regole e prassi migliori, dimostrando di avere appreso la lezione di Genova. Legge sulla tortura, codici di riconoscimento, smilitarizzazione, revisione del codice penale, istituzione per i diritti umani devono diventare un pacchetto di riforme antiautoritarie, sottoforma di petizione e leggi di iniziativa popolare, sorretto dalla mobilitazione della società civile. Sindacati, grandi e piccole organizzazioni non possono più nascondersi o fingere di credere che il caso Genova G8 sia una vicenda a sé, scollegata dal futuro della nostra vita pubblica. Sono in ballo i diritti civili e politici che costituiscono l’architrave di una società che voglia ancora dirsi democratica.
L’uso sproporzionato della violenza e anche l’utilizzo del codice penale a mo’ di clava stanno diventando prassi quotidiana: per averne una palese dimostrazione basta gettare lo sguardo verso la Val di Susa oppure osservare quel che è avvenuto ai manifestanti del 15 ottobre 2011, ai terremotati dell’Aquila in corteo a Roma, ai militanti finiti nella retata guidata dal generale Ganzer (gravato da una condanna a 14 anni in primo grado e tuttavia mantenuto in servizio) e a numerose proteste operaie e studentesche. Per non dire dell’impiego di forze militari per fronteggiare la protesta sociale (è accaduto in Grecia) e di certe leggi liberticide di cui si comincia a parlare in vari paesi d’Europa. Sono tutti esercizi di democrazia autoritaria che vanno contrastati senza indugi.  Va costruita con urgenza una coalizione sociale in grado di lanciare una campagna permanente di tutela dei diritti politici e sociali.

Scopriremo presto se saremo all’altezza di questo compito. Nel frattempo qualcuno si faccia avanti. Perché – diciamolo – anche la cosiddetta società civile è stata fin troppo timida e silenziosa (salvo poche eccezioni) di fronte alle clamorose sentenze di Cassazione. Non è più tempo di attendere.

Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova)

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