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Vivisezione: sequestrata Green Hill, ma la nuova direttiva nasce vecchia

18 luglio 2012

Il sequestro dell’azienda Green Hill di Montichiari è una buona notizia, un successo per il movimento animalista e darà nuova spinta alla campagna contro la vivisezione. Il sequestro è stato deciso dopo le ripetute denunce di maltrattamenti (confermate da un rapporto della Asl locale) inflitte ai duemila e più cani segregati negli hangar di Montichiari. E’ quindi un provvedimento che non riguarda la sperimentazione in sé, ma il modo con il quale sono stati trattati i cani legalmente detenuti dall’azienda che fa parte del gruppo multinazionale Marshall.

Cionondimeno si tratta in un’importante vittoria del movimento animalista, che da mesi e mesi tiene sotto scacco l’azienda di Montichiari, con manifestazioni, presìdi e denunce. Recentemente sono state diffuse immagini e registrazioni audio che proverebbero i maltrattamenti e non è escluso che siano finiti nel dossier della procura di Brescia, che stamani ha ordinato il sequestro dell’azienda e dei cani.

Green Hill rischia quindi di fare la stessa fine della Morini di San Polo d’Enza, nel Reggiano, altro allevamento di animali destinati alla vivisezione chiuso nel 2010 per difficoltà economiche dopo anni di lotte animaliste. Sono successi che rafforzano la militanza e il consenso nell’opinione pubblica. La vivisezione, assai contestata ormai anche in ambito medico-scientifico, è una pratica sempre più ripudiata dalla cittadinanza.

Resta molto molto arretrata la legislazione, che ancora si rifà ai princìpi medici e scientifici ereditati dal passato e sostenuti con grande dispendio di risorse dalla lobby della sperimentazione. Si sta discutendo al Senato il recepimento della nuova direttiva europea in materia. L’attenzione si è concentrata sull’emendamento – proposto dall’onorevole Michela Brambilla e sostenuto da alcune associazioni, fra le quali la Lav – che imporrebbe il divieto di allevare in Italia primati, cani e gatti. Sarebbe la chiusura per Green Hill e per una parte almeno degli stabilimenti di Harlan (altra multinazionale del ramo con sedi in Lombardia e Friuli).

 E tuttavia la direttiva, nel suo insieme, è tutt’altro che un progresso nella lunga marcia contro la vivisezione. Concepita per uniformare la legislazione nei 27 stati dell’Unione, non ha accolto la crescente avversione dei cittadini per la vivisezione né il dibattito in corso fra gli stessi medici e scienziati. Ne deriva una normativa arretrata, che nasce vecchia e che richiede d’essere combattuta.

 

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