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Monti come Pétain

17 luglio 2012
Sotto, un’intervista del Manifesto con Giorgio Cremaschi, ex dirigente della Fiom, che merita d’essere letta. Fa un parallelo fra la fase storico-politica che stiamo vivendo in Italia e il petainismo in Francia, all’epoca della seconda guerra mondiale. Viviamo cioè all’interno di un regime formalmente indipendente, ma in realtà siamo sotto occupazione. Così come Pétain era un’emanazione dei nazisti che occupavano la Francia e permettevano al suo governo di Vichy di esistere ma sotto il loro controllo, così oggi siamo stati occupati dalla finanza internazionale  e governati dai vari Monti, Passera, Draghi che ne sono i rappresentanti.
GIORGIO CREMASCHI e il paradosso che preoccupa la Fiom: «Abbiamo il governo socialmente più di destra della storia e poche lotte sociali»

«Monti non si emenda ci vuole il conflitto vero»

INTERVISTA – Francesco Piccioni

Cgil e Pd incarnano un riformismo degli anni ’80 e ’90 ormai morto. Ma anche noi siamo ancora troppo esitanti

Quale futuro per il movimento dei lavoratori? Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato Centrale della Fiom, si è sempre posto da un punto di vista originale. E anche stavolta non delude.Il quadro legislativo sul mercato del lavoro è completamente mutato…
Trovo delle terribili somiglianze con la Francia di Petain, all’inizio del ’40. La riduzione del danno, come oggi, era lo slogan anche di quei tempi. Anche l’Italia è un paese occupato, per fortuna non militarmente, da banche e finanza. E Monti è il rappresentante di questo potere. Siamo di fronte a una crisi della democrazia senza precedenti, cui corrisponde una passività senza consenso, una fuga dalla difesa dei diritti di massa. C’è il governo socialmente più di destra della storia, ma il conflitto sociale più basso della storia recente.

C’è una via d’uscita?
Non può che essere la rottura con tutto questo modo di pensare, con il petainismo sociale, politico, culturale; e porsi in sintonia con tutti quei movimenti e forze che si mobilitano per rovesciare l’Europa delle banche, non per emendarla.

Come si fa una «rottura» quando invece c’è una «passività di massa»?
Questo è il lavoro di costruzione che devi fare, non si può dare colpa alla gente. Lo scoramento enorme, che si traduce anhe nel voto di protesta a Grillo – con cui peraltro bisogna misurarsi e discutere – richiede una risposta innanzitutto da parte dei gruppi dirigenti. Siamo di fronte alla fine di un trentennio di «concertazione sindacale» e alla crisi del «riformismo» di centrosinistra. Entrambi sono morti che camminano.

Eppure le imprese avevano tratto grandi vantaggi dalla concertazione…
È stata sostanzialmente uno scambio. Il concetto fondamentale era che si rafforzava il ruolo politico e istituzionale del sindacato, che in cambio consentiva il peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Sono sempre stato totalmente critico su questo, proprio perché ha disgiunto il destino del sindacato da quello dei lavoratori; originando la burocratizzazione sindacale di questi anni. Fino all’inizio di questa crisi avevamo la dinamica salariale peggiore dell’Ocse e i sindacati organizzativamente tra i più forti dell’Ocse.

La spia che qualcosa non va…
Monti la mette in discussione da destra, noi da sinistra. Lui ha bisogno di mostrare che il sindacato viene umiliato, così lo «sconta» in borsa. «Deve» peggiorare le condizioni dei lavoratori, e farlo in modo che si veda. Non può fare come Padoa Schioppa nel 2006, che diceva: «siamo d’accordo con la Thatcher, però ci mettiamo più tempo perché vogliamo mantenere la concertazione». Monti è l’espressione del modello dello spread, del rating, della finanza, della fine della sovranità nazionale e anche della sostanziale eutanasia della nostra democrazia. Lui deve poter dire: «ho umiliato i sindacati, quindi fate abbassare lo spread». La concertazione è morta come il riformismo degli anni ’80 e ’90, cui invece si aggrappa ancora il Pd.

Il fiscal compact toglie ogni margine al riformismo?
Possono pensare alla sopravvivenza degli apparati per un po’. E trovare qualche mezza vittoria elettorale finché dall’altra parte c’è una figura sgonfia e superata come Berlusconi. Ma sono politiche che non portano da nessuna parte perché accettano la subalternità all’occupazione finanziaria. Non si può parlare di «centralità del lavoro», come fa Fassina e la «sinistra del centrosinistra», se accetti il fiscal compact.

Prevede vent’anni di tagli…
Si tratta di accettare che il lavoro diventi una variabile totalmente dipendente dalla politica del debito. Dietro il fiscal compact c’è l’idea della destra liberale alla Draghi, che vuol distruggere il modello sociale europeo per ricostruire la «competitività» dell’Europa con una società low cost. Fornero, Monti, Marchionne sono la stessa identica cosa.

Come giudichi la reazione fin qui della Cgil?
Mi pare evidente che agli occhi dei lavoratori il sindacato, la Cgil, ha delle responsabilità gravissime. Il suo gruppo dirigente si è perso senza combattere. Nel giro di 9 mesi c’è stata una serie di colpi: le pensioni, l’art. 18, le tasse, ecc. C’è stata una «macelleria sociale» senza nessuna visibile reazione, soprattutto senza nessuna capacità di costruire una rottura e un’alternativa. Le battute in tv contro Monti o Fornero diventano persino irritanti per un sindacato, se non corrisponde loro nulla sul piano dell’iniziativa. Paradossalmente, il sindacato più forte d’Europa è diventato il sindacato più inutile d’Europa. Agli occhi dei lavoratori è una cosa terribile, perché aumenta la passività, la voglia di arrangiarsi…

Ma la Fiom non è stata passiva…
La Fiom è stata un punto di contrasto importantissimo. Due anni fa, il «no» della Fiom a Pomigliano è stato un messaggio universale, non «di fabbrica». Si era intuito che Marchionne era non il «dopo Cristo», ma Giovanni Battista che annunciava l’avvento. Allora Bersani disse che Pomigliano si poteva accettare purché fosse un eccezione; con la stessa ottusità con cui oggi dice Monti può essere «solo una parentesi». Non è così. Sono processi strategici contro cui bisogna costruire rottura e alternativa. Ripeto: la Fiom l’aveva cominciata, però mi pare che abbia rinunciato. Perché non si possono fare queste scelte come «emendamento» al centrosinistra, senza porsi il problema di cambiare totalmente la Cgil. Le scelte di rottura richiedono profondi cambiamenti di assetti politici, gruppi dirigenti, linee di fondo. Credo che uno degli errori fatti in quest’ultimo periodo dal gruppo dirigente sia quello di lasciare «appese» le sue dichiarazioni di fondo e non trarne le conseguenze sul piano delle scelte dentro la Cgil, sul piano dei rapporti sociali con i movimenti. Forse riproduce un errore che è tipico delle forze a sinistra del Pd. Che vogliono tutte essere «unitarie», ma da sole.

Non cercano di fare fronte?
Bisognerebbe mettere assieme un fronte di tutti coloro che sono a sinistra del Pd, che non accettano più la concertazione sindacale e la «riduzione del danno». In Italia non si è prodotto un fenomeno come Syriza perché, nei momenti di crisi, l’aspetto soggettivo è decisivo. C’è ancora un’autoferenzialità in tutti coloro che pure lottano, e che impedisce l’idea del fronte comune. E c’è una parte non piccola di forze di sinistra, sociali e politiche, che pensa ancora che si possa avere il cambiamento in alleanza con il Pd.

È possibile una polarità indipendente, politica e sindacale?
Sul piano sindacale bisogna lavorare per la rottura con la politica di questi trent’anni di concertazione e ricostruire una pratica conflittuale, su un programma economico di fatto «anticapitalista». Penso a una drastica riduzione di orario, a un investimento pubblico che vuol dire metta mano alle banche… Un sindacato, se vuole ripartire, deve avere un grande programma economico di rottura anticapalistica. Penso che la stessa cosa debba avvenire a livello politico e che non si può farlo insieme a chi accetta Monti.

Da Rete28aprile ora siete Opposizione organizzata. Perché?
Per due cose: una è accentuare, rispetto ad altri pezzi critici della Cgil, la pratica dell’opposizione. Oggi chi non è d’accordo con la linea prevalente in Cgil deve essere visibile, deve fare delle cose. I lavoratori devono sapere che c’è. C’è un malessere profondo. Due giorni fa l’assemblea sul contratto della gomma plastica, a Roma, è finita nel caos. Il gruppo dirigente di Cgil, Cisl e Uil ha rifiutato tutti gli emendamenti che venivano dai luoghi di lavoro, la gente ha abbandonato la sala… Quindi occorre ripartire con una pratica in cui i lavoratori, i delegati, pesano e si organizzano. Occorre una vera e propria autorganizzazione del dissenso Cgil. Secondo: bisogna lavorare per l’unità di tutte le forze che non ci stanno con la concertazione, dentro e fuori la Cgil, fra i movimenti sociali e i sindacati di base, senza settarismi. Poi, c’è anche una questione di carattere politico. Molti di noi fanno parte anche del movimento «No debito». Pensiamo che, senza smanie elettorali, sia compito della sinistra sindacale anche operare per costruire una sinistra politica alternativa al Pd.

Tra la resistenza e la resa può esistere una via di mezzo?
Non c’è. La resistenza è anche un progetto. Per esempio la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, drastica, in tutta Europa, è il solo modo per affrontare la disoccupazione di massa. Non ce ne sono altri. Ma qui occorre riaprire il conflitto con il profitto. Non c’è nessuna collaborazione possibile oggi con chi cerca di uscire dalla crisi con il supersfruttamento del lavoro e ripristinando le condizioni del profitto. L’altra linea, quella cui allude il gruppo dirigente di Cgil e Cisl, l’«alleanza dei produttori» – Camusso e Squinzi contro Monti – mi pare una linea in cui i lavoratori pagherebbero ancora dei prezzi. Ma che non avrebbe nemmeno nessuna vera credibilità politica. E’ un percorso obbligato, il nostro; ma non vuol dire che ci si riesca perché, purtroppo, il guasto economico e morale prodotto in questi ultimi trent’anni è enorme.

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