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Articolo 18, la bancarotta e il degrado della (ex) sinistra

26 giugno 2012

La (contro)riforma del lavoro del ministro Fornero è un formidabile spartiacque politico. Stiamo vivendo in tutta Europa – ma più in Italia che altrove – la stagione della demolizione dello stato sociale costrutito in alcuni decenni nel dopoguerra. La scusa è la crisi del debito, con il paradosso però che a pagarne gli effetti sono i ceti più bassi, i lavoratori, e non chi ha causato l’esplosione dell’economia finanziarizzata, cioè i ceti dirigenti: banchieri, rentiers, tecnocrati al servizio delle corporations.

Elsa Fornero e Mario Monti, estremisti di governo

La crisi, per questi dirigenti, è l’occasione per fare piazza pulita delle garanzie e dei diritti finora riconosciuti ai lavoratori, garanzie e diritti che peraltro avrebbero bisogno di essere estesi ed adeguati. Complice il crac culturale delle forze progressiste (divenute inopinatamente ultraliberiste) e sindacali, vengono spazzate via le principali tutele normative e sociali (dalle pensioni alla protezione verso i licenziamenti ingiusti), mentre si lavora per sottrarre il patrimonio pubblico – palazzi, terreni, aziende – allo stato e quindi ai cittadini e cederlo a buon prezzo a quella casta dei ricchi e super-ricchi che è il ceto sociale di riferimento  per i tecnocrati che sono riusciti ad appropriarsi del governo.

In questi giorni cade sotto i colpi del governo più estremista che la storia della repubblica ricordi, anche l’articolo 18. Una cancellazione di fatto che corisponde a un’evidente prepotenza: la sua cancellazione non ha nulla a che vedere con le fantomatiche “misure per la crescita” (un’espressione ormai vuota e priva di senso che però pare una parola magica dietro la quale è possibile celare qualsiasi provvedimento, anche il più scellerato) e serve esclusivamente ad annichilire la classe lavoratrice e le residue organizzazioni sociali che tentano di tutelarne i diritti e le aspettative.

Che questa (contro)riforma sia sostenuta anche da forze politiche e sindacali che si rifanno alla tradizione della sinistra e del movimento operaio è uno scandalo che dà la misura del degrado culturale e sociale di questi anni. Non vi è alcuna ragione – se non la prepotenza, la volontà di marcare il terreno e voltare pagina una volta per tutte con l’idea che i diritti di cittadinanza e la dignità del lavoro siano princìpi cardine della nostra società – per cancellare il principio che di fronte a un licenziamento arbitrario e ingiusto, la misura del risarcimento sia la reintegra nel posto di lavoro.

 Chi approva questa (contro)riforma ha deciso una volta per tutto di schierarsi dalla parte dei finanzieri, dei padroni, delle corporations e di abbandonare l’etica sociale e democratica scritta nella Costituzione, oltre che – va da sé – la sinistra politica.

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