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De Gennaro e la Cassazione che si arrampica sugli specchi

29 maggio 2012

Non sono un giurista e ho poca dimestichezza con i giudizi della Corte di Cassazione. Ma alcuni passaggi delle motivazioni con le quali il dottor Gianni De Gennaro, ex capo della polizia e oggi sottosegretario alla sicurezza, è stato assolto in terzo grado (senza nemmeno ordinare di ripetere il processo) dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza dell’ex questore Francesco Colucci, mi lasciano davvero perplesso. De Gennaro e Colucci, questo è un fatto storico, si incontrarono a Roma pochi giorni prima delle deposizioni di entrambi al processo Diaz. In alcune telefonate intercettate, Colucci racconterà dell’incontro, dicendo all’interlocutore  di dover correggere il tiro sul ruolo di Roberto Sgalla la notte della mattanza alla Diaz. Di lì a poco, in tribunale, Colucci cambia versione proprio su quel punto: dice di avere chiamato Sgalla quella notte di propria iniziativa; nel 2001 e negli anni successivi aveva detto e scritto che l’ordine era venuto da De Gennaro. Ciò che cambia, evidentemente, è il livello di coinvolgimento del “capo” nell’operazione Diaz,  uno dei maggiori disastri nella storia della polizia italiana, una macchia indelebile nella carriera dell’attuale sottosegretario.

L’incontro alla vigilia delle testimonianze fu quanto meno inopportuno: i testimoni non dovrebbero incontrarsi, parlarsi, né tanto meno coordinare le proprie testimonianze. De Gennaro ha spiegato che si trattò di un incontro volto a “trovare la consonanza per la ricerca della verità”. Un concetto ardito, al limite della provocazione, specie se si considera il rapporto gerarchico fra De Gennaro e Colucci e la ben diversa statura professionale e… psicologica. Sul piano storico, quell’incontro alla vigilia del processo, può essere giudicato improprio, inopportuno e più che sospetto. Altra cosa, indubbiamente, è il piano giudiziario. Ma è bene ricordare che il giudice di primo grado – che pure assolse De Gennaro e il coimputato Spartaco Mortola – riconobbe che in quella fase alcuni dirigenti di polizia, con il coinvolgimento del “capo”, fecero fronte comune contro i pm che conducevano l’indagine.

Ecco un passaggio di quella sentenza (ripreso dal libro L’eclisse della democrazia): “Seguono una serie di conversazioni in cui si comprende che gli indagati, spalleggiati dallo stesso capo della polizia ‘devono fare un’azione comune per essere pesanti nei confronti di questi magistrati; aggiungendo che il capo quando verrà interrogato smentirà tutto’. Indubbiamente non è molto ‘simpatico’ l’atteggiamento dei diversi interlocutori che formano un corpo unico e compatto contro il pm che ha diretto le indagini. L’affermazione dell’allora vicecapo della polizia Manganelli ‘dobbiamo dare una bella botta a ‘sto magistrato’ non è certo meritevole di apprezzamento ma dire che c’è una sorta di sodalizio criminale per ostacolare il corso della giustizia, come sostenuto da pm e parti civili, pare assurdo ed eccessivo”.

Detto tutto questo, invito a leggere le motivazioni della sentenza di Cassazione, in particolare i punti 5.1.6, 5.1.7 e 5.1.8 alle pagine 16 e 17 dove si tenta di dimostrare che l’incontro a Roma fu un semplice “scambio di idee”, una specie d’incontro più o meno casuale fra due amici che disquisiscono amabilmente: quei passaggi a me sembrano un notevole esempio di tentativo di arrampicarsi sugli specchi.

Cassazione – Motivazioni dell’assoluzione di Mortola e De Gennaro

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