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Diaz, Travaglio tiene troppo bassa la mira

24 aprile 2012

Marco Travaglio nel suo editoriale di oggi sul Fatto Quotidiano, spronato dalla visione del film “Diaz”, ha contestato al capo della polizia Antonio Manganelli l’assoluta mancanza di provvedimenti a carico dei responsabili di quella sciagurata operazione. Ha scelto dunque il bersaglio giusto, il vertice di polizia, ma non ha centrato la mira.

Nel chiedere conto delle mancate rimozioni degli agenti coinvolti e anche condannati in appello dalla magistratura, Travaglio cita il caso delle promozioni accordate ad alcuni dei protagonisti. Ma fa tre nomi – Vincenzo Canterini, Michelangelo Fournier, Alessandro Perugini – che si collocano al livello medio-basso della gerarchia e la cui sorte professionale è quella che desta meno scandalo (oltretutto il trasferimento di Fournier non risulta essere una promozione).

Chi si trova, a undici anni di distanza, a occupare posizioni ancora più importanti e prestigiose di allora, sono invece gli altissimi dirigenti di rango nazionale che parteciparono alla cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz. Sono i Francesco Gratteri, oggi capo dell’Anticrimine, all’epoca capo dello Sco; i Gilberto Caldarozzi, suo successore allo Sco, all’epoca suo vice; i Giovanni Luperi, all’epoca all’Ucigos, oggi dirigente del Servizio analisi del Servizio segreto civile.

I diretti interessati e i capi della polizia che si sono succeduti (Gianni De Gennaro, prima di Manganelli) hanno sempre fatto sapere che si tratta di avanzamenti di carriera in qualche modo dovuti, del tutto legittimi. Sono sicuramente legittimi sotto il profilo formale e anche sotto quello “politico”, poiché chi dirige una struttura ha potere di nomina degli uomini di sua fiducia, ma proprio di questo si tratta: di fronte a una caduta di credibilità gravissima, come quella causata dalle violenze, dai falsi e dalle menzogne alla scuola Diaz, in un paese civile i dirigenti coinvolti sarebbero stati sospesi, spinti a fare un passo indietro, con il preciso obiettivo, sia chiaro, di tutelare l’onore della polizia, sfregiato da un’operazione infausta.

Nel nostro caso abbiamo avuto l’opposto. Nessuna sospensione, gli avanzamenti di carriera che abbiamo detto (e ce ne sono anche altri), e addirittura un’alzata di spalle anche di fronte alla clamorosa sentenza di appello, che ha inflitto a 25 imputati condanne pesantissime: Gratteri,  Luperi e Caldarozzi, per dire, hanno avuto 4 anni di pena (i primi due, 3 anni e 8 mesi il terzo)  e 5 di interdizione dai pubblici uffici. Non si ricorda in Italia, ma forse in Europa, una sentenza che abbia colpito dirigenti di polizia di così alto livello, e in un processo per fatti storici (le violenze, i falsi, la costruzione di prove fasulle, le menzogne ufficiali) che nessuno può contestare. In una democrazia un po’ più seria della nostra, difficilmente sarebbero ancora al loro posto.

Da noi succede invece che la sentenza della Cassazione – già fissata a metà giugno – sia attesa dall’intero arco costituzionale come un intervento che metterà a posto le cose. Lo disse il sottosegretario Alfredo Mantovano all’indomani delle condanne: Sono ragionevolmente convinto che la Cassazione ristabilirà l’esatta proporzione di ciò che è successo e scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione”. L’allora opposizione tacque, quando non approvò queste parole.

A questo punto è possibile, se non probabile, che la Cassazione soddisfi le attese del mondo politico e dei vertici di polizia e cancelli le condanne o rinvii gli atti al tribunale, spianando così la strada alla prescrizione. Ma che cosa davvero cambierebbe? Forse gli scempi alla Diaz sarebbero cancellati? Forse i dirigenti coinvolti sarebbero meno responsabili sotto il profilo morale e professionale, una volta salvi sotto il profilo giudiziario?

La mia modesta, inutile opinione, è che sarebbe una via d’uscita miserabile, per loro e soprattutto per noi, cittadini di una democrazia sempre più meschina.

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