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L’eredità del codice Rocco

14 marzo 2012

Quattro anni di pena, inflitti a distanza di pochi mesi dai fatti. Un classico caso di giustizia severe ed esemplare, oltre che d’efficienza. Stavolta è toccato a uno studente, finito sotto processo e condannato con rito abbreviato per i disordini alla manifestazione del 15 ottobre scorso. L’accusa è resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.

Impossibile non pensare ai processi e alle condanne inflitte ad agenti e funzionari dello stato per le violenze, i falsi, gli abusi, le torture al G8 di Genova. Tanto per dire, 4-5 anni è l’entità della pena inflitta (in appello) a dirigenti di polizia per il caso Diaz e ad alcuni agenti per i maltrattamenti sui detenuti a Bolzaneto

Il buon senso ci dice che i conti non tornano. Uno studente di 22 coinvolto in disordini tutto sommato poco gravi, viene punito con la stessa pena (e quanto più rapidamente!) di dipendenti dello stato che non solo avrebbero violato la legge ma anche il patto d’onore che li lega allo stato.

E’ chiaro che abbiamo un problema con il codice penale, che punisce con pene severissime i reati politici e non prevede nulla di specifico – per dire dell’aspetto più vistoso – sulla tortura. E’ un’eredità del fascismo e del codice Rocco, dicono gli esperti. Appunto.

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