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Fanno paura

23 febbraio 2012

La pubblicazione dei redditi e dei patrimoni del premier e di alcuni ministri sta facendo aprire gli occhi a molte persone. I “tecnici” chiamati a guidare il paese sono persone assai più che benestanti, dotate di cospicui patrimoni immobiliari e in alcuni casi di strabilianti riccchezze finanziarie. A dire il vero c’era poco da scoprire, se consideriamo che i tre “pezzi forti” del governo, le autentiche guide dell’esecutivo – cioè il premier Monti e i ministri Passera e Fornero – sono parte integrante dell’establishment finanziario italiano e internazionale (il primo è stato addirittura un importante consulente per l’Europa di Goldman Sachs, istituto privato votato alla massimizzazione della rendita finanziartia che ha gravi responsabilità sul disastro in corso della finanza internazionale; gli altri due provengono nientemeno che dai piani alti di Banca Intesa).

Ora si comincia a discutere se la ricchezza sia criticabile o meno, e la cosa a dire il vero stupisce, se si considera che un requisito essenziale  della democrazia liberale è il mantenimento di un accettabile equilibrio nella distribuzione delle ricchezze, con un occhio di riguardo a chi sta più in basso nella scala sociale. Insomma, certo che la ricchezza è criticabile, in particolare l’eccesso di ricchezza, perché diseguaglianze troppo forti minano i regimi democratici, che tendono così a trasformarsi in oligarchie. E’ il processo in corso non solo in Italia, ma in tutta Europa. Lo dimostrazione più eclatante è nella composizione del governo greco e di quello italiano, che sono espressione dei poteri reali (bancari, finanziari, burocratici), ma la dimostrazione socialmente più rilevante è nella trasformazione della distribuzione della ricchezza.

Negli ultimi venti-trenta anni c’è stato un enorme spostamento della ricchezza dal monte salari al monte profitti e rendite, grazie all’ideologia liberista che consigliava di abbassare le tasse e comprimere il costo del lavoro, cioè i salari, col fine – dichiarato – di favorire gli investimenti, quindi lo sviluppo, la creazione di posti di lavoro e infine più ricchezza per tutti.  La realtà è che la deregulation, presto estesa ai più vari comparti, a cominciare da quello finanziario, ha portato a un’enorme concentrazione della ricchezza negli strati alti della società, a un impoverimento di un numero sempre più cospicuo di persone, avendo come corollari un peggioramento generalizzato delle condizioni di lavoro, il saccheggio dell’ambiente (il patrimonio paesaggistico italiano è stato massacrato e molte città e paesaggi oggi fanno letteralmente schifo) e un’esplosione della finanza, finita assolutamente fuori controllo.

I ceti dirigenti hanno beneficiato di trattamenti fiscali che gridano vendetta (ancora all’inizio degli anni ’80 le aliquote più alte erano giustiamente superiori al 70%, ora siamo al 43%) e si sono così trasformati  in sacerdoti del nuovo credo neoliberista, che in quanto religione non è sottoponibile a critiche di tipo razionale: è perciò che si è arrivati a radicalizzare (vedi governo Monti) quelle misure che hanno causato la crisi economica, proponendo simili disastrosi interventi come cura per la malattia. E’ l’attaccamento fideistico alla propria dottrina, oltre a una dose ragguardevole di impudenza, che spinge ministri e premier ad accanirsi contro l’articolo 18, definendo un  privilegio – loro, dall’alto delle decine di appartamenti, dei milioni di euro in titoli che posseggono – la tutela dei lavoratori contro licenziamenti ingiusti.

Siamo guidati da un gruppo di ideologi (peraltro di non alto livello: la Bocconi, per dire, è una mediocre succursale dei “pensatoi” della destra neoliberista statunitense) che stanno vivendo questa stagione di crisi della democrazia e di fallimento del loro sistema meccanico di riferimento (il cosiddetto libero mercato) con l’ardore fideistico di chi combatte l’ultima battaglia e non ha il tempo, né gli strumenti, per un’analisi critica di ciò che lo circonda.

Fanno paura.

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