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Precari e sfruttati, tocca anche ai giornalisti

17 febbraio 2012

I grandi media hanno accompagnato in questi anni l’affermazione dell’ideologia neoliberista e in particolare la tesi secondo la quale è necessario rendere flessibili i rapporti di lavoro, rinunciando alle garanzie e ai diritti che si sono stabilizzati a partire dagli anni del boom economico. La categoria dei giornalisti, del resto, ha sempre goduto di un buon trattamento, sia normativo sia economico e previdenziale, per quanto in termini di orari di lavoro e tempi di vita si tratti di una professione un po’ complicata.

Il successo delle idee neoliberiste, l’indebolimento dei sindacati, i cambiamenti tecnologici hanno ora introdotto anche nel giornalismo quelle corpose dosi di flessibilità, o meglio precarietà, che per anni sono state predicate come una necessità per gli altri (nell’interesse, evidentemente, delle imprese più che dei lavoratori). I giornalisti hanno risposto a questo cambiamento con la più classica delle mosse: mantenimento delle tutele per chi era già dentro, indebolimento di quelle per i nuovi entrati. E’ così che oggi nella stessa redazione, a parità di compiti e di livello, esistono stipendi molto squilibrati fra loro, in ragione della data di assunzione (prima o dopo le “innovazioni”).

Ma la novità più grossa nella professione è un’altra ancora: è cioè la dimensione assunta dalla precarietà e dallo sfruttamento della manodopera. Quotidiani, radio, tv, siti web utilizzano quotidianamente un’enorme massa di lavoratori precari, privi di tutele contrattuali: succede anche nelle testate più prestigiose. I compensi, nella maggioranza dei casi, sono risibili: pochi euro ad articolo. Un coordinamento di giornalisti precari – “erroridistampa” – ha appena pubblicato un dossier, una sorta di autocensimento, che mette a nudo la dura realtà della professione.

Il degrado dell’informazione, alla luce di queste informazioni, risulterà meglio comprensibile, fermo restando che per spiegare la bassa qualità – e la scarsa autonomia – del giornalismo italiano, bisogna sempre considerare che il giornalismo italiano ha una tradizione di non autonomia dal potere politico e una soggezione strutturale ai poteri economici finanziari (basta vedere chi controlla le varie testate).

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