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Stiamo facendo come la Grecia e finiremo come la Grecia

10 febbraio 2012

Ora che la Grecia è tornata sotto pressione con la Troika che pretende nuovi provvedimenti – tagli degli stipendi, delle pensioni, licenziamenti di massa, svendita del patrimonio pubblico – da aggiungere a quelli che hanno già immiserito il paese, prospettando un futuro di grandi sofferenze e di crescenti iniquità, in Italia si ammonisce a rispettare le aspettative dei mitici mercati, “altrimenti – si dice – finiremo come la Grecia”.

Siamo al paradosso. In Italia si stanno applicando misure di rigore, fortemente recessive, che molto somigliano a quelle introdotte in Grcie negli ultimi due-tre anni, e d’altronde non potrebbe essere diverso, visto che a dettarle sono gli stessi soggetti attivi in Grecia – Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Commissione europea -, con il governo dei professori nel ruolo di fedele esecutore. La logica ci dice che è proprio compiendo gli stessi passi fatti in Grecia, si finirà per ripercorrerne la sorte, in termini di recessione, disoccupazione, immiserimento di massa, oltre che ampliamento delle già grandi diseguaglianze sociali, con grande gioia però della finanza e dei grandi capitalisti, che avranno la possibilità di mettere le mani, e a buon mercato, sul patrimonio ancora pubblico.

Nel mondo alla rovescia descritto dai professori e dai media che ne amplificano supinamente il messaggio, invece, proprio facendo come in Grecia, cioè adottando le politiche della Troika, non finiremo come la Grecia. Non è logico, ma nel mondo dell’utopia neoliberista, nel quale dando pieno sfogo agli spiriti animali del mercato, tutti ci guadagnano: la storia del trentennio neoliberista dimostra esattamente il contrario, ma la razionalità non ha molta circolazione fra gli economisti, i finanzieri e i “tecnici”, che conoscendo un’unica lingua non possono che parlare quella, anche se nessuno attorno li intende.

In Grecia si coltiva il ricatto indicando la necessità di ripagare il debito pubblico, senza mai domandarsi come si è formato (cioè per tutelare quali interessi), e lo si fa pur sapendo benissimo che il debito non potrà essere ripagato se non in minima parte: basti dire che in questi anni di politiche di rigore il Pil greco è sceso di diversi punti e con esso le entrate fiscali, mentre i tassi d’interesse sono cresciuti, per cui il debito è aumentato. La verità è che la Grecia (e così l’Italia) non potrà che ripagare solo una parte del debito. I professori stanno lavorando per fare in modo che siano i grandi creditori (banche, fondi, assicurazioni, insomma gli artefici dell’ipertrofia finanziaria di questi anni) a decidere chi deve essere ripagato e chi no, e stanno anche aprendo le porte del patrimonio pubblico agli stessi capitalisti; i cittadini comuni avrebbero interesse a far pagare il prezzo del fallimento a chi l’ha pagato.

Perciò è corretto dire che il governo dei tecnici (e gli omologhi nel resto d’Europa) stanno attuando una feroce lotta di classe.

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