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L’ideologia del mercato non tollera sale d’attesa

5 febbraio 2012

E’ ora di cominciare a tradurre in italiano corrente la neolingua dell’ideologia neoliberista, visto che di questi tempi l’ossequio verso i “tecnici” ha paralizzato la capacità di comprendere e spiegare che i media dovrebbero esercitare (siamo a una versione da italietta del pensiero unico, vedi le non-interviste al premier Monti, che compare di continuo in tv e sui giornali senza che gli venga mai posta una domanda vera).

Un buon esempio di che cosa si intende con il combinato composto liberalizzazioni-valorizzazioni lo si incontra frequentando le ferrovie. In queste settimanesono state chiuse definitivamente tutte le sale d’attesa delle maggiori stazioni – tranne, al momento, quelle di Bologna e Roma –  in modo da mettere sul mercato, e quindi “valorizzare”, le superfici che altrimenti – secondo la dottrina del profitto – sarebbero sprecate, in quanto dedicate al conforto e al servizio dei cittadini.

I cittadini, ovviamente, nella religione neoliberista, sono considerati meri clienti, perciò si toglie un servizio essenziale, esistente fin dalla nascita delle ferrovie per consentire a chi viaggia di aspettare il proprio treno in condizioni dignitose e senza mettere a repentaglio la propria salute (specie d’inverno), per spingerli verso bar e negozi, insomma verso l’esercizio di quella che è considerata la funzione precipua dell’uomo: consumare.

Tale aberrazione discende dall’idelogia del primato assoluto del mercato, che non tollera nemmeno quelli che nei vecchi manuali di economia – prima che l’ideologia neoliberista prendesse il sopravvento anche nelle università – erano definiti “monopoli naturali”, da riservare allos tato. E’ lo stato che ha messo le rotaie con investimenti pluridecennali, è lo stato che assicura il servizio di trasporto collettivo.

Nel mondo del neoliberisto, governato dal denaro, tutto ciò è inconcepibile, perciò la vecchia azienda Ferrovie dello Stato è stata smembrata in più società, ciascuna separata dalle altre. C’è una direttirce – la Milano-Roma – che coi treni ad alta velocità permette di lucrare buoni guadagni. Si potrebbe pensare che quei guadagni, frutto di un servizio destinato prevalentemente a un pubblico business, potrebbero essere utilizzati per compensare i deficit di tratte economicamente poco redditizie ma di alto valore sociale, cioè la vasta rete di collegamenti locali dedicati prevalentemente al pendolarismo per motivi di lavoro e di frequenza scolastica.

Troppo semplice e troppo giusto. I “tecnici”, i sacerdoti della religione del profitto, spiegano che si è più efficienti con la concorrenza e perciò si impone che sulle rotaie poggiate dallo stato italiano negli ultimi 150 anni debbano viaggiare i treni di imprenditori privati, con finalità esclusive di lucro, i quali quindi condividono i guadagni che potrebbero essere per intero dello stato.

Così ci sono meno risorse per il trasporto pubblico locale, che infatti viene tagliato, e alla società chiamata a gestire le stazioni, sulla base dei princìpi contenuti nei manuali di gestione aziendale neoliberisti, viene affidata la missione di “valorizzare” gli immobili-stazioni. Così i cittadini diventano clienti, le sale d’attesa vengono cancellate, e i signori dell’impresa e della finanza passano all’incasso.

Questo è il neoliberismo, questa è la società governata dai tecnici. Tutto il resto è chiacchiera.

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