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Tremonti teme il “fascismo finanziario” e rifiuta il debito

29 gennaio 2012

Stavolta Giulio Tremonti è anche più chiaro che nel suo precedente libro La paura e la speranza. Era il 2007 e da ministro dell’economia metteva in dubbio l’esaltazione della globalizzazione, discuteva il fervore di chi vedeva nei “mercati” un concentrato di virtù salvifiche. Ora che non è più ministro, il professore Tremonti pubblica un volume, Uscita di sicurezza, che si spinge più in là e  riconosce il rovescio subito dall’ideologia neoliberista, e soprattutto dalle classi dirigenti che con dogmatica furia ne hanno applicato per troppi anni i precetti.

Tremonti giudica assai poco credibili gli interventi in corso e parla di un sistema finanziario che invoca uno “stato d’eccezione” per superare la crisi globale, “quando è evidente”, scrive Tremonti, “che questo processo, essendo basato sulle stesse meccaniche che hanno causato la crisi, non la interrompe ma all’opposto la prolunga e la aggrava“. Il timore dell’ex ministro è che la crisi sfoci in un “fascismo finanziario”, con uno svuotamento delle istituzioni democratiche. Verrebbe da chiedersi se il Tremonti che è stato ministro fino a due mesi fa, non sia solo un omonimo dell’autore di questo libro, ma sarebbe tempo perso.

L’ex ministro scrive il suo libro per indicare una via d’uscita, ponendo come atto preliminare al suo progetto, la neutralizzazione della “bisca finanziaria”, “pianificandone”, scrive, “una lunghissima moratoria, come nel biblico sabbatico, o avviandola verso un’ordinata procedura fallimentare, in modo che perda o paghi solo chi deve perdere o pagare e non noi”.

A parte l’opinabile diritto di Giulio Tremonti, con il suo curriculum, a collocarsi fra “i noi”, cioè i cittadini comuni, siamo di fronte a un eloquente e interessante avallo alle posizioni di chi propone di mettere in discussione il debito pubblico accumulato in questi anni,  con il  congelamento dei pagamenti e procedure di audit (cioè di indagine sulla formazione di tale debito).

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