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L’estremismo del professor Monti

13 gennaio 2012

In quanto professore dotato di un certo stile, e in quanto successore di uno sguaiato uomo di spettacolo, il professor Monti gode attualmente di notevole considerazione: è addirittura indicato come una specie di salvatore della patria. Perciò è assai raro, nei media (tutti, salvo poche eccezioni, controllati dai potenti dell’economia e della finanza) come nei palazzi della politica, che la sua azione sia sottoposta a un severo esame critico.

Eppure il professor Monti sta prendendo misure estreme, diciamo pure estremiste: il suo afflato neoliberista non conosce remore o incertezze. Basta vedere il cosiddetto piano per le liberalizzazioni, degno della maestrina di tutti i professori di economia prestati alla politica: Margaret Thatcher. Il governo Monti, fra le altre cose,  punta a estromettere gli enti locali dalla gestione di tutti i servizi pubblici, ignorando anche il referendum del giugno scorso: cerca cioè di sferrare il colpo finale all’idea che possa e debba esistere un’economia pubblica, che tuteli gli interessi generali e non sia invece retta dalla ricerca privata del profitto (la religione neoliberista sostiene, com’è noto, che in questo modo si fanno anche gli interessi generali: la storia dimostra che non è vero, ma di fronte a una religione i fatti scadono in secondo piano).

Siamo alle solite: di fronte al disastro del neoliberismo e all’esplosione di un sistema finanziario folle e fuori controllo, i “professori” si impegnano per espropriare i beni pubblici a vantaggio dell’imprenditoria privata e di un apparato bancario rapace e irresponsabile. In sostanza rilanciano la scommessa neoliberista, con atti di pura fede che non salveranno i bilanci pubblici; nel frattempo salteranno (stanno già saltando)  i meccanismi democratici.

Siamo a una feroce lotta di classe condotta dalle oligarchie economiche, accademiche e finanziarie: è la partita finale. E’ fin troppo facile prevedere che produrrà macerie.

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