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Il mito della crescita, la realtà dell’esproprio

9 gennaio 2012

Il governo dei professori annuncia liberalizzazioni delle professioni, fa capire che ci sarà un piano di privatizzazioni delle aziende e dei servizi pubblici e sostiene che queste misure, insieme con alcune altre, saranno portatrici di crescita del Pil e quindi di miglioramento dei conti pubblici, sia perché l’aumento del Pil farà calare il rapporto debito/Pil, sia perché ci sarà un incremento del gettito fiscale. Sono naturalmente meri auspici, delle professioni di fede, visto che nessuno, né Monti né gli innumerevoli accademici e commentatori schierati lungo la trincea dell’ortodossia neoliberista, spiega come sia possibile aumentare i consumi di beni e servizi in un paese impoverito (vedi tagli alle pensioni, ai salari, alle spese sociali) e in un continente in piena recessione.

Ieri Antonio Tricarico, storico attivista della Campagna per la riforma della banca mondiale, studioso di finanza ed economia internazionale, a un seminario di formazione per la campagna di congelamento del debito, ha offerto un lucido inquadramento storico-politico della risposta neoliberista alla crisi del debito. Le misure del governo Monti (e di altri governi europei) sono come noto ispirate dal governo tedesco, che detiene il controllo delle politiche economiche dell’Eurozona. E il governo tedesco – ha spiegato Tricarico – sta imponendo la sua ricetta per uscire dalla crisi, rifacendosi all’esperienza compiuta dalla Germania all’inizio degli anni Novanta, all’epoca della riunificazione nazionale. In quella fase la Germania applicò una sorta di “aggiustamento strutturale” volontario: un’enorme politica di controllo dei salari, di superlavoro, di aumento della produttività che ha portato il paese a competere sui mercati globali addirittura con la Cina.

E’ il primo caso nella storia di adesione volontaria a piani di austerity, taglio delle spese pubbliche, sfruttamento del lavoro: di norma simili misure erano imposte dal Fmi in cambio di aiuti agli stati, per lo più collocati nei paesi detti “in via di sviluppo”. Ora la Germania conta di fare lo stesso su scala europea, perciò impone politiche draconiane, a cominciare dal principio – da inscrivere nelle Costituzioni – dell’obbligo di pareggio di bilancio, una sorta di golpe bianco. La Germania, con il suo piano degli anni Novanta, ha avuto successo, almeno secondo una logica neoliberista, con un rilancio soprattutto delle esportazioni (ma trascurando la giustizia sociale e gli equilibri economici complessivi).

Oggi Berlino chiede ai partner europei di applicare a loro volta un gigantesco piano di “aggiustamento strutturale”: le certezze sono costi sociali sono enormi, la fine del “patto socialdemocratico” che ha caratterizzato l’Europa nel dopoguerra e lo svuotamento dei sistemi democratici; in cambio dovrebbe esserci la mitica “ripresa” dell’economia. Ma la Germania sta giocando una partita rischiosissima (oltre che ingiusta socialmente e senza prospettive di lungo periodo, rispetto alle crisi sociali e ambientali del pianeta): non fa cioè i conti con un sistema finanziario drogato e sempre sull’orlo del collasso; né considera che la recessione è in corso e che siamo probabilmente di fronte a una crisi di sovraproduzione, ossia che non ci sono risorse sufficienti nella popolazione per sostenere la crescita dei consumi di beni e servizi.

Alla fine si ha la sensazione che  il sistema bancario e i suoi servitori (Bce, governi) stiano attuando un enorme esproprio di patrimoni pubblici e beni comuni, con la scusa di una crisi economica e finanziaria che loro stessi hanno creato. E’ un abominio, che porterà con sé l’annichilimento dei sistemi democratici nazionali.

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