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La via d’uscita per l’informazione indipendente

31 dicembre 2011

In questi giorni sta cessando le pubblicazioni Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista. Il taglio dei fondi pubblici per l’editoria cooperativa e di partito è destinato a fare anche altre vittime, sia fra i giornali di partito, sia fra le testate indipendenti, vedi le crescenti difficoltà del Manifesto. Rispetto a queste vicende, la reazione più diffusa è un’alzata di spalle: se per sopravvivere hanno bisogno di fondi statali – si pensa – è bene che chiudano.

E’ un pensiero che risente dell’egemonia sociale acquisita dall’ideologia capitalistica della competizione e del mercato come supremo giudice di ciò che è degno di esistere. In realtà sappiamo che il mercato è un giudice tutt’altro che imparziale. Nel campo dell’informazione cartacea, poi, il giudice più autentico sono gli inserzionisti pubblicitari, che incidono per oltre la metà dei fatturati delle maggiori imprese editoriali (ma quasi per nulla su quelli di testate indirizzate politicamente, e non è un caso).

Il mercato, cioè, farebbe esistere solo imprese editoriali controllate da grandi aziende e banche, e testate in sintonia col credo mercantile corrente: chi si pone fuori da questo schema, resta escluso dai flussi pubblicitari e deve arrangiarsi, in un mercato editoriale asfittico, con pochi lettori, e che non permette l’esistenza di testate autenticamente libere nella proprietà e nelle scelte editoriali (ad esempio nella scelta di criticare la supremazia del mercato, l’idoelogia consumista, il ruolo delle imprese, l’industria dell’automobile o quella dell’acqua e così via).

Si dirà: è il mercato bellezza, se non hai abbastanza lettori per mantenerti peggio per te. D’accordo, ma come la mettiamo con la democrazia? Con la circolazione delle idee? Col diritto a fare informazione e a riceverne? Cioè, come la mettiamo  con un pilastro della democrazia – la qualità e l’autentica libertà dell’informazione – se i meccanismi di mercato non riescono a garantire  una forma adeguata di pluralismo?

In questa chiave si giustifica l’intervento pubblico: si tratta di riequilibrare le storture di mercato per far sì che sia garantito il diritto costituzionale all’informazione. Si può discutere – lo fece Beppe Lopez in un libro di qualche anno fa – sul finanziamento alla stampa di partito: qui parrebbe più logico che ciascun partito, nell’ambito del finanziamento che riceve sotto forma di “rimborsi elettorali”, gestisca il proprio denaro, decidendo se e come dotarsi di organi di informazione.

L’informazione indipendente e cooperativa – cioè senza fini di lucro – andrebbe invece sostenuta dai poteri pubblici, permettendole di esistere. Più che tagli, oggi, servirebbe l’esclusione dai benefici delle numerose testate che sono cooperative solo formalmente. Si è sempre evitato di distinguere caso da caso, preferendo mettere tutto nello stesso calderone, in modo di additare l’insieme sotto l’etichetta di spese inutili.

E’ una truffa. Esiste cioè una motivazione concreta, legata all’andamento dei mercati e alla necessità di tutelare l’informazione indipendente, che giustifica un intervento pubblico. Detto questo, non è onesto ignorare l’altro corno della questione, cioè l’effettiva diffusione dei media indipendenti. Il caso del Manifesto è emblematico: è una testata dotata di un certo prestigio, un quotidiano che offre ogni giorno una lettura originale della realtà, eppure non riesce a trovare un numero decente di lettori (dovremmo essere, attualmente, nell’ordine dei ventimila, più o meno quanto un giornale a diffusione poco più che provinciale). La dipendenza del manifesto dai traballanti fondi pubblici è pressoché totale.

D’altronde vi sono altre testate – pensiamo al Fatto quotidiano e al mensile Altreconomia – che hanno sperimentato formule che consentono di evitare la trappola del finanziamento pubblico (è una trappola laddove il finanziamento non è certo ed è sottoposto a continue revisioni). Il Fatto ha una rete di piccoli proprietari – nessuno è un grande industriale o una grande banca con un pacchetto di controllo – e soprattutto una vasta rete di abbonati. Il secondo è una cooperativa, composta per lo più da ong, associazioni, cooperative del commercio equo-solidale, e ha scelto una diffusione via abbonamento o attraverso le botteghe equo-solidali, senza affrontare le edicole (sarebbe un costo enorme). Sono formule diverse, ma in entrambi i casi c’è una stretta relazione fra la testata e i lettori e ci sono forme di proprietà che rafforzano i legami con la società.

C’è il rischio che il Manifesto chiuda: verrebbe meno la voce più originale – pur con tutti i suoi limiti – fra quelle della stampa quotidiana. Per salvarlo, forse non basterà l’ennesima campagna straordinaria di sostegno. Ci vorrebbe, stavolta, un’apertura nuova alla società, con la responsabilizzazione di tutti quei soggetti – associativi, sindacali, cooperativi, ma anche i singoli cittadini  – che ancora si battono per una democrazia più partecipata e che non sia succube dei mercati e della loro tendenza oligopolistica. Finora si è troppo trascurato il “mercato dell’informazione”, rimasto in balìa di banche e imprese.

Ci vorrebbe dunque la nascita di un nuovo “editore collettivo” e ci vorrebbe una rifondazione culturale della testata il Manifesto,  con l’apertura a nuove culture, nuovi fermenti, anche nuove esperienze giornalistiche: è un’operazione che non è stata mai nemmeno tentata.

 

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