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La chimera della crescita. Ma non basta più nemmeno Keynes

28 dicembre 2011

Il governo italiano prepara la cosiddetta “fase 2”, cioè le misure per favorire “la crescita”, obiettivo che pare inattuabile nel contesto presente di recessione nazionale e internazionale, ma che d’altronde è l’unico orizzonte che il pensiero neoliberista può indicare per evitare che ci si soffermi sulla dura realtà dei fatti. La quale indica come improbabile, per non dire impossibile, la “crescita” del Pil nel nostro paese, già in recessione e sottoposto a una cura a sua volta recessiva, a forza di tagli della spesa pubblica, delle pensioni, degli stipendi e con prospettive tutt’altro che rosee per l’occupazione. La flessione dei consumi natalizi rispetto agli anni scorsi ha davvero stupito qualcuno?

Il governo Monti deciderà in questi giorni le sue misure per la “crescita”, ma senza spiegare quali beni e quali servizi dovrebbero trascinare questo miracoloso incremento del Pil: che cosa si pensa di vendere e a chi? Di quali consumi si parla e di quali consumatori, sapendo che la recessione investe l’Italia come il resto d’Europa? nessuno risponde mai a queste domande, se non offrendo risposte fantasiose alla Marchionne, come il raddoppio delle vendite in auto Fiat in Europa…

La sensazione è che ci si stia aggrappando alle sacre regole dell’ideologia neoliberista, sfidando la realtà e anche la logica. L’esito più probabile resta quello ossrevato in Grecia: lì la crisi del debito è stata affrontata con misure di rigore che hanno spogliato il paese (privatizzazioni e vendite di beni pubblici), aggravando la recessione e conducendo a un default di fatto: il 50% del debito pubblico greco non sarà ripagato. Per il grande capitale è stato comunque un enorme affare: aziende e beni pubblici greci sono stati acquisiti a basso prezzo e senza colpo ferire, con l’approvazione delle istituzioni democratiche. Si è trattato in realtà di un esproprio.

Alla radio, l’altra mattina, un economista rigorosamente keynesiano faceva notare l’esito recessivo della manovra e sosteneva che lo stato dovrebbe tornare ad essere primattore dell’economia. Se investisse i soldi destinati a ripagare il debito (90 miliardi di euro di interessi all’anno), lo stato potrebbe creare impiego e favorire i consumi: in opere pubbliche, in nuove energie, nel risanamento del patrimonio edilizio eccetera. Quel che l’economista non ha detto, è che ciò sarebbe possibile solo passando attraverso un duro passaggio politico, e cioè il congelamento del debito, in vista della sua ristrutturazione, cioè un’operazione di “audit” utile a stabilire quale parte del debito è da definire “odiosa”, quindi da non ripagare, quale accettabile, quindi da ripagare ma in forme e tempi da concordare. Una specie di rivoluzione, oggi inconcepibile per la rassegnata classe politica degli stati europei, tutti eterodiretti dalla grande finanza e guidati dalla logica suicida e antidemocratica del “pensiero unico” neoliberista.

Alla visione keynesiana manca in realtà un elemento, e cioè la considerazione che dobbiamo abbandonare anche la logica della crescita infinita, inserendo in tutte le valutazioni e in tutti i progetti di via d’uscita dal tracollo materiale e idoelogico del neoliberismo, la necessità di cambiare il modello di consumi, di ridurre il prelievo di risorse naturali, di abbattare drasticamente l’impatto ambientale delle produzioni.Non si tratta più di fare investimenti pubblici in infrastrutture per agevolare gli scambi e stimolare le produzione; si tratta, oggi, di indirizzare produzioni e consumi accettando un limite, un’idea di sobrietà, quindi  livelli di consumi pubblici e privati che garantiscano vita dignitosa a tutti.

La transizione andrebbe insomma immaginata avendo ben chiare le priorità, che sono di ordine sociale e ambientale. Si tratta di privilegiare i diritti sociali e di immaginare un sistema produttivo che non divori risorse com’è avvenuto finora. Perciò servirebbero, nell’immediato, il congelamento del debito, una forte politica di prelievo fiscale dai grandi redditi e dai grandi capitali, una riforma radicale della finanza internazionale, il ritorno dei poteri pubblici come attori principali dell’economia, per avviare quell’opera di conversione ecologica delle produzioni, che è oggi l’unica prospettiva credibile, se vogliamo salvare le nostre società da un futuro di distruzione dei sistemi ambientali e di quelli umani.

Già oggi stiamo abbandonando il sentiero della democrazia; se continuiamo su questa strada, al default economico si accompagnerà inevitabilmente il default politico. La strada alternativa a questo percorso segnato, è tutt’altro che comoda e soprattutto ha bisogno di forze umane e sociali che vogliano – e sappiano – imboccarla. Il grande quesito è se la società italiana, e quelle europee, abbiano l’intelligenza sociale, lo slancio civile, la maturità politica necessari a un’operazione così rivoluzionaria e così difficile.

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