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Quel che la sinistra potrebbe fare subito, se esistesse

16 dicembre 2011

Un’integrazione del post precedente. Si potrebbe chiedere: che cosa dovrebbe fare/proporre, in una fase come questa, una sinistra politica degna di questo nome, se esistesse? Come si cambia rotta, all’indomani di pogrom e stragi, dopo una stagione pluriennale di adesione all’ideologia dell’emergenza sicurezza e della lotta all’immigrazione? Per cominciare, si potrebbero sposare, cioè fare proprie sottoforma di lavoro politico e impegno parlamentare le migliori proposte oggi in campo.

Primo: la riforma immediata della legge sulla cittadinanza, con il passaggio allo ius soli (acquisisce la cittadinanza chi nasce in questo paese), abbandonando l’anacronistico ius sanguinis, e con nuove norme, meno vassatorie, per l’accesso alla cittadinanza delle persone nate all’estero. Su questo tema è in corso una campagna condotta dall’associazionismo antirazzista.

Secondo: superamento della legge Bossi-Fini, la più criminogena fra le leggi sull’immigrazione, autentico architrave ideologico di questi anni, e passaggio a una visione aperta della società e del mondo, riconoscendo l’esistenza di un diritto allo spostamento delle persone da un luogo all’altro: si potrebbe scoprire quel che in fondo tutti sappiamo, e cioè che l’immigrazione è una straordinaria risorsa umana, economica e sociale e che da questa constatazione si deve partire al momento di legiferare.

Terzo: abbandono, una volta per tutte, della “politica dei campi” per la sistemazione delle famiglie rom che vivono ancora nelle baraccopoli disseminate nel nostro paese: le proposte alternative non mancano e vanno dai piani di autocostruzione con la partecipazione dei diretti interessati al superamento dei campi con l’accesso ad alloggi pubblici. L’Italia è sotto osservazione per le sue politiche discriminatore nei co0nfronti dei rom, pur ricevendo ingenti fondi dall’Europa nell’ambito delle misure volte a proteggere e promuovere i diritti delle popolazioni rom nel continente. La recente bocciatura, da parte del Consiglio di stato, della vergognosa dichiarazione di “emergenza rom” fatta dal ministro Maroni due anni fa, è un formidabile assist politico verso un’inversione di rotta.

Come si vede, sono proposte e progetti a portata di mano, ampiamente elaborati nell’associazionismo. Il silenzio istituzionale che circonda queste prospettive, l’incapacità delle forze politiche parlamentari di prenderle in considerazione, il  utismo anche nei giorni che seguono le violenze di Torino e Firenze, sono la riprova della profondissima crisi democratica che stiamo vivendo.

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