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Il regime dei padroni

5 dicembre 2011

Ora che il governo dei tecnici ha presentato la sua manovra tutt’altro che equa e tutt’altro che neutrale – non ci sono né la patrimoniale, né l’aumento delle aliquote Irpef più alte, ma solo una modesta tassa sui capitali scudati (cioè regalati) dal governo B., e si prevede addirittura l’aumento di 2 punti dell’Iva, la più regressiva e classista delle tasse – può essere utile leggere il libro di Giorgio Cremaschi – “Il regime dei padroni” – uscito nel 2010. E’ un’ottima lettura della stagione che siamo vivendo, con il dominio dell’impresa neoliberista, priva di vincoli sociali, e la dura sconfitta del mondo del lavoro. Ma è una vittoria che stiamo pagando a caro prezzo e che sta conducendo allo sgretolamento istituzionale, nonché allo svuotamento dei regimi democratici.

Qui sotto la recensione che ho scritto su aNobii.

Cremaschi riesce a mostrare molto bene come la questione dei diritti dei lavoratori sia la questione dei diritti “tout court”. Sommersi come siamo da un discorso a senso unico sulla necessità di favorire l’impresa, in modo che investa, si espanda, produca e quindi crei lavoro (un assioma peraltro ormai smentito dai fatti), non riusciamo nemmeno più a vedere ciò che pure è assai evidente, come la natura predatoria e antisociale delle politiche industriali di Marchionne e dei suoi epigoni. Cremaschi ne parla a lungo, con dovizia di argomentazioni: il punto è che negli anni ’70, grazie a una grande pressione popolare, e in particolare dei lavoratori, si era riusciti a far entrare la Costituzione nelle fabbriche e negli uffici; oggi, quelle che chiamano “riforme” – con una perversione linguistica paurosa – vanno nella direzione opposta: far uscire la Costituzione dai luoghi di lavoro.

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