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I media italiani non fanno informazione sulla crisi

21 novembre 2011

E’ pressoché impossibile informarsi sulla crisi economica in corso leggendo i maggiori quotidiani italiani. Sono così preoccupati di sostenere lo sforzo di Mario Monti, e così partecipi del “pensiero unico” neoliberista, che non riescono a fornire una credibile gerarchia delle notizie e un quadro d’insieme che sia comprensivo di tutte le sfaccettature, inclusi i pro e i contro delle scelte via via compiute. Sembra che tutto sia ineluttabile e non abbia bisogno di spiegazioni né di analisi critiche: dalla risalita dello spread alle misure di austerità, dall’innalzamento dell’Iva (la più iniqua – socialmente parlando – delle tassazioni) alla fantomatica “ripresa”.

La rivolta in Argentina fra 1999 e 2000

Prendiamo quest’articolo, che al momento è l’apertura del sito di Le Monde: annuncia l’arrivo a Roma degli esperti del Fondo Monetario Internazionale, incaricati di tenere sotto controllo il neonato governo Monti e verificare la compatibilità delle sue scelte con le aspettative/direttive del Fondo stesso (che si muove in sintonia con Banca centrale europea e Commissione europea).

L’articolista, giustamente, evoca il tema del “consensus di Washington”, architrave della dottrina e della prassi neoliberista, nonché i poco confortanti effetti di tale dottrina in America Latina, a cominciare dall’Argentina, paese fallito una decina di anni fa nonostante le cure (o forse a causa delle cure)  del Fondo Monetario Internazionale.

In questo black out di informazioni veritiere, con media così poco curiosi di esplorare pensieri e proposte alternative (Guido Viale, per dire, un tempo compariva anche su Repubblica, oltre che sul Manifesto: ma come potrebbe Repubblica, con le sue attuali posizioni “ultrà”, ospitare un interessantissimo articolo come questo?), i cittadini restano tramortiti e spinti ad affidarsi  a Mario Monti come un salvatore della patria, a prescindere da tutto.

E le stesse forze politiche sembrano sentirsi esentate da compiere ragionamenti propri sulla fase che stiamo attraversando e sulla possibilità – almeno la possibilità – che si debba mettere in discussione l’attuale modello di sviluppo, che pure tanti disastri – ormai se ne converrà – ha prodotto e continua a produrre.

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