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Il Black Bloc e la voglia di cambiare

2 novembre 2011

Questo articolo, riguardante la manifestazione di Roma del 15 ottobre e le prospettive del movimento degli “indignati” è uscito sull’inserto “Asilo Politico” del quotidiano Corriere di Firenze

Roma, 15 ottobre 2011

E’ tornato il Black bloc. Dieci anni dopo Genova, è la volta di Roma: sono di nuovo loro ad occupare la scena. Il 15 ottobre 2011, come il 20 e 21 luglio 2001: non si parla che degli “spaccavetrine” incappucciati entrati in azione ai margini del corteo. Come allora, i militanti vestiti di nero infiammano gli animi ed entusiasmano i media.

Non si contano gli anatemi contro la protesta violenta, i vaticinii sulla deriva nichilista del movimento, i sospetti sul movimento degli “indignati”, e intanto cominciano gli arresti e le misure restrittive. Sotto questo profilo, la storia si ripete davvero. Le azioni di teppismo sono un ottimo pretesto per non parlare d’altro e chiuderla lì.

Gli “indignati” italiani si sono già inabissati: per i media e per la politica ufficiali non esistono più, salvo aspettarli al varco della prossima manifestazione, che sarà anticipata – è fin troppo facile prevederlo – da toni allarmistici e misure straordinarie di controllo e dissuasione.
Detto questo, la manifestazione del 15 ottobre ci consegna almeno tre messaggi.

Il primo riguarda l’entità della partecipazione: è stata così vasta, nonostante mancassero parole d’ordine precise e proposte politiche articolate, che dimostra quanta voglia di cambiare ci sia in Italia, quanto sia larga l’aspettativa di cambiamenti radicali, in totale contrapposizione rispetto alle ipotetiche uscite dalla crisi in corso di elaborazione nel mondo politico ufficiale.

Il secondo messaggio concerne proprio il Black Bloc, che rischia d’essere un indesiderato ma abituale compagno di viaggio delle contestazioni future. E’ probabile che in Italia ci siano davvero 4-500 persone convinte di battersi per il cambiamento e la giustizia sociale con i metodi visti a Roma (e a Genova). Chi intende usare altri strumenti e sfuggire alla criminalizzazione che segue immancabilmente gli atti di teppismo, farà bene a prendere le sue contromisure, ad esempio evitando i cortei e preferendo l’occupazione delle piazze (per gli spaccavetrine diventa ben più difficile “sfruttare” la gente che si muove per strada come copertura).

Su questo punto, a dire il vero, c’è un problema ulteriore, e cioè l’esistenza di un numero imprecisabile, ma consistente, di giovani “indignati” che sfuggono alle reti associative e paiono disponibili a farsi coinvolgere in azioni dimostrative: alcuni osservatori l’hanno notato e alcune interviste a giovani manifestanti lo hanno confermato. Una ragione in più per eliminare ogni ambiguità sulle scelte e sui comportamenti, anche in via preventiva.

Terzo messaggio: le forze di polizia non hanno assolutamente superato lo schema genovese, cioè l’uso sproporzionato e spesso incontrollato della forza. Le cariche ai manifestanti in piazza San Giovanni, l’uso rischiosissimo delle camionette in mezzo alla gente, la tolleranza verso gli “spaccavetrine” (prima, durante e dopo i fatti) dimostrano che non si vuole voltare pagina e che anzi si è disposti ad alzare la posta (il ministro Maroni, più volte, anche in merito alla Val di Susa, ha detto che “si cerca il morto”).

 Qui c’è forse la coincidenza più evidente e più grave con Genova G8: quasi tutti i dirigenti di polizia sono gli stessi di allora, con dieci anni di vergogna e molti anni di condanne (in secondo grado) in più.

Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova)

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