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Il commercio equo ritorna all’impegno “politico”

25 ottobre 2011

L’altra settimana, alla riunione annuale dell’Agices, l’assemblea nazionale del commercio equo e solidale, si è discusso di un ritorno all’impegno politico. Negli ultimi anni l’attenzione e l’impegno di botteghe e importatori si è concentrata sul “salvataggio” del sistema equo-solidale, sottoposto allo stress della crisi economica. C’era lla necessità di riorganizzare il sistema, bisognoso di una messa a punto a fronte dei vorticosi cambiamenti in corso, sia nel sistema economico dominante, sia nel mondo associativo e nell’universo dei consumatori (sono nati i gas, si è sviluppata un’attenzione speciale alla “filiera corta”; nuovi prodotti sono stati immessi nelle botteghe, ad esempio si è allargato il tessile).

Assemblea Agices a Castiglione del Lago

La a bufera a questo punto sembra passata e per il commercio equo è arrivato il momento di rilanciare se stesso e le proprie ragioni. Torna quindi con forza la dimensione dell’impegno civile e politico. Si tratta in realtà di un ritorno alle origini, come ho cercato di dire durante il dibattito al quale ho partecipato (con Alessandro Franceschini, attuale presidente Agices, e Giorgio Dal Fiume, figura di riferimento dell’equo-solidale italiano). Quindici anni fa il commercio equo-solidale ebbe una funzione essenziale nello svelamento dei meccanismi reali della globalizzazione liberista. Nessuno conosceva a quei tempi sigle oggi familiari come Wto, Fmi, Bm. Ma gli attivisti del commercio equo erano in prima fila nella lotta contro le iniquità del mercato globale. A Seattle, nel ’99, durante la rivolta in occasione della riunione della Wto, due soli italiani erano presenti, entrambi legati al mondo del commercio equo (uno era Dal Fiume).

Nel movimento dei movimenti l’equo-solidale ha svolto una funzione importantissima, come sola “pratica” concreta di economia alternativa. Dimostra (e dimostra) che altre forme di scambio e di relazione economica sono possibili e autosostenibili. Oggi nuove sfide vanno affrontate. La principale è proprio la costruzione di un pensiero e di una prassi alternativi: in questo senso l’esperienza del commercio equo-solidale può essere essenziale. Si tratta di dare spessore e credibilità alle idee forza che già si possono intravedere. Una è proprio l’estensione del modello sperimentato dal commercio equo-solidale agli scambi interni. Quale migliore risposta possiamo immaginare rispetto allo schiavismo che si pratica negli aranceti, nei campi di pomodori e in molte aziende agricole, specie nel sud Italia? La dignità del lavoro e il suo equo compenso sono pilastri dell’equo-solidale. Un impegno diretto in questa direzione è la vocazione naturale dell’equo-solidale, se vuole tornare a impegnarsi per contribuire a cambiare il mondo.

E la stessa campagna per il congelamento del debito pubblico – passaggio strategico e decisivo, se non vogliamo soccombere sotto i colpi di maglio della “troika” che ha già affossato la Grecia – è alla portata, e direi nelle corde, del movimento equo-solidale, che negli anni attorno al G8 di Genova si impegnò con grande dedizione nelle campagne per il rigetto del debito accumulato dai paesi del Sud del mondo.

La discussione è in corso, ma non c’è tempo da perdere: il commercio equo-solidale deve rimettersi in posta, tornare in prima fila, essere protagonista della lotta che dev’essere imbastita per avversare le oligarchie che tuttora governano la globalizzazione, nonostante i loro fallimenti.

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