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Il rifiuto del debito non è più un tabù

13 settembre 2011

Cominciano a comparire sulla stampa i primi interventi che propongono il congelamento del debito, o la sua ristrutturazione, come passaggio obbligato per immaginare una via d’uscita dalla crisi globale in corso. I governi europei sono da mesi alle prese con il rischio di un’esplosione del sistema e si parla insistentemente – come uno spauracchio – del rischio default di questo o quel paese.

In genere questo pericolo è utilizzato per spingere i governi a decidere interventi draconiani – il taglio della spesa pubblica, la vendita di beni pubblici e così via – che non risolvono alcun problema ma permettono di rinviare la temuta bancarotta, in attesa di interventi esterni, come i sostegni della Banca Europea, misure che tuttavia non possono ripetersi più di tanto (e infatti la Grecia, prima salvata e nel frattempo spoliata della sue risorse e prerogative nazionali, è oggi di nuovo sull’orlo della bancarotta).

Sull’Unità Loretta Napoleoni, studiosa specializzata dell’economia criminale, discute con l’allarmato (quasi scioccato) giornalista che l’intervista, di un default pilotato, che rinegozi il debito esterni e contempli un’uscita temporanea dell’Italia dall’euro. Sul Manifesto Guido Viale torna a ripetere la necessità di affrontare il debito senza sottostare ai diktat del sistema finanziario: la sua proposta – più articolata e complessiva di quella avanzata da Napoleoni – è che il recupero di sovranità finanziaria si accompagni a un piano di conversione ecologica del sistema produttivo: piccole opere, rilocalizzazione delle produzione vicino ai luoghi di consumi e così via. Un progetto di medio periodo, ma del quale è necessario cominciare a parlare.

Stiamo parlando di due articoli su due giornali a bassa diffusione: indubbiamente molto poco. Ma è qualcosa, il tabù comincia a vacillare. E presto dovrà partire una campagna popolare di revisione e ricontrattazione del debito.

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