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Genova G8, Maggiani scrive a De Gennaro: “Non c’è più nulla di cui parlare con lei”

15 luglio 2011

Una lettura veramente da non perdere. E’ una lettera, pubblicata a tutta pagina dal Secolo XIX del 14 luglio 2011, scritta da Maurizio Maggiani e rivolta a Gianni De Gennaro, capo della polizia al tempo del G8. Maggiani rievoca un’altra sua lettera, scritta nel 2001, per chiedere a De Gennato spiegazioni di quanto avvenuto al G8. De Gennaro rispose con una difesa a tutto campo dell’operato della polizia, senza citare alcuno degli episodi specifici che già avevano gettato discredito slle forze dell’ordine italiane. Maggiani scrive di nuovo e con grande garbo e stile traccia un bilancio spietato e definitivo: passati dieci anni, dice, non c’è più nulla da chiedere allo stato, che ha mancatodi ottemperare a tutti i suoi obblighi e alle sue promesse. Ecco il testo

Maurizio Maggiani

Gentile signor De Gennaro,
mi hanno fatto rileggere la lettera che da questo giornale le scrissi nove anni or sono, mi hanno fatto rileggere la sua cortese risposta. Mi hanno chiesto di scriverle di nuovo. Ho accettato, e non perché mi sembre una buona idea, non lo è, ma perché, ho visto, allora mancai della gentilezza di accusare ricevuta della sua. E ora lo faccio. Grazie della sua cortese risposta, signore. Grazie a nome della città di Genova, grazie a nome del Paese, se posso permettermi.

Ma quanto tempo è passato, signore, quanto tempo! Rileggendo la mia lettera mi sembra che allora avessi diciott’anni malapena, e furente e fidente chiedevo all’uomo dello Stato di ottemperare al dovere della verità. Come se non avessi già vissuto cinquant’anni in questo Paese, come se non avessi già dovuto sapere da un pezzo che non sono queste le cose che si chiedono, qui, agli uomini dello Stato. Come se non dovessi già avere la certezza intellettuale che a questo Paese sono sempre servite, perché tirasse avanti, tre o quattro verità, o nessuna. Ma allora, a un anno dai “fatti”, ero colmo di un turbamento che pretendeva, per non farsi angoscia distruttiva, di credere, ancora per una volta,  che le cose potessero andare diversamente da come erano sempre andate, gli uomini condursi difformemente dall’usuale, e lo Stato essere il luogo della verità dei fatti civili. Credo che fosse un sentimento comune nella città di Genova, che, con quel suo erorismo tutto interiore, si era operata giorno dopo giorno a ricostruire se stessa e la pèropria anima civile. Una città anch’essa, ancora una volta, diciottenne, che chiedeva a unico risarcimento dell’affronto subito solo verità; che della verità aveva bisogno per non separarsi dalla speranza di poter crescere ancora, e farlo nella giustizia, e nell’ottimismo che la giustizia genera. Lei rispose che non potevamo che essere fiduciosi, che lei stesso, e con lei i suoi collaboratori, si assumeva la responsabilità dei fatti, sentendosi con orgoglio servitore dello Stato che nei giorni del luglio 2001, in quello che già allora era passato e da allora resterà imperituro nella storia come “il G8 di Genova”, ha compoiuto il suo dovere. Con la perizia e la coscienza che ci si deve aspettare. Cortesemente rispose, e avremmo voluto anche crederle.
Quanto tempo da allora, signore, quanto tempo!
Di cosa potremmo corrispondere, oggi, io e lei, noi e lei? Non trovo più niente da chiederle, non aspetto nessuna risposta. Oggi ho sessant’anni, e nessuna possibilità, né speranza, di tornare ad averne diciotto, tornare a sperare che le cose e gli uomini, almeno per una volta, possano essere e andare in modo diverso da sempre. Le verità su quei giorni stanno tornando ad essere quelle di sempre, le verità a cui è condannato questo paese: una, nessuna, centomila.
Lei è ancora più servitore dello Stato di allora, con maggiori responsabilità e oneri, così la maggior parte dei suoi collaboratori e colleghi di quel tempo. Diversi tra voi sono stati giudicati in uno, due gradi di giudizio con accuse che ai servitori dello Stato non devono che suonare infamanti, abominevoli: istigazione alla menzogna, abuso, violenza… Diversi tra voi hanno subito, per quei reati abominevoli, delle condanne. Per una simmetria che sfuggirebbe a chi ignora l’Italia Style, più significative sono state le condanne, più ferma l’attstazione di fiducia e di stima da parte degli uomini che rappresentano lo Stato sotto forma di governo, di parlamento, di altri alti servitori. Più infamanti le accuse, più significativi gli avanzamenti di carriera. Lei sa, signore, in quali Paesi e in quali circostanze storiche e politiche glio alti funzionari dello Stato giudiciati per quei reati ricevono un trattamento così lusinghiero dall’apparato politico, e non sono Paesi e circostanze in cui, sono certo, nemmeno a lei piacerebbe servire.
Così, a dieci anni da quei giorni, a nove da quella mia fidente domanda di verità e dalla sua cortese risposta, si cui ancora la ringrazio, su cosa potremmo corrispondere ancora intorno a quel tema io e lei, noi e lo Stato? Su niente. E se ancora qualcuno tra i cittadini della città di Genova ha la grazia dei diciotto anni e il fervore speranzoso di quell’età, sarà opportuno che ne faccia miglior uso di quanto non ne ho fatto io ancora un anno dopo quelle notti della nostra Repubblica.

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